Qualche giorno fa ho visto questa dichiarazione di un attore piuttosto famoso su Facebook.
Una dichiarazione che sembra piena di verità e di vita vissuta — ma che, se la guardiamo da vicino, racconta qualcosa di più sottile e più diffuso: la nostra tendenza a costruire identità e valore personale sulla disfunzione.

Non rivelo chi è, perché questo non è un giudizio morale, né una diagnosi.
È una constatazione: molti di noi hanno imparato a vivere e a funzionare nella disfunzione.
A riconoscersi di più nel dolore che nella serenità.
Ci raccontiamo che è intensità, profondità, passione.
Ma spesso è solo un sistema nervoso sregolato che non riconosciamo come tale e a cui cerchiamo di dare un senso.
Quando il dolore diventa il nostro modo di vivere
Se siamo abituati al caos, all’allerta, all’imprevisto, troveremo scomoda la stabilità.
Se siamo cresciuti in ambienti dove l’amore c'era ma insieme alla tensione, faremo fatica a credere che possa esistere una relazione senza scosse.
Se abbiamo dovuto “funzionare bene” anche in mezzo al dolore o alla paura, continueremo a cercare quella soglia per sentirci vivi.
Questa è la disfunzione: quando ciò che ci fa male diventa ciò che ci regola.
Non è qualcosa che scegliamo (non è colpa nostra, voglio essere chiara su questo), ma perché il nostro sistema mente-corpo lo riconosce come normale.
Quando il successo nasce dal dolore
Purtroppo viviamo in un contesto dove il dolore è un indicatore di valore:
più hai sofferto, più vali;
più resisti, più sei profondo;
più ti spezzi, più sei autentico.
Ma la forza non è la stessa cosa della regolazione.
La forza spesso nasce dal corpo che tiene duro nonostante tutto.
La regolazione nasce dal corpo che sa stare nel sentire nonostante tutto.
Chi riesce a stare nella crisi per anni viene visto come “resiliente”, anche quando quella crisi non produce alcuna trasformazione, solo sopravvivenza.
Però, come nel caso di artisti o top manager, produce anche fatturato, performance e opere d'arte.
E questo, di solito, genere sempre ammirazione.
Costruire sulla disfunzione significa esattamente questo: continuare a mettere fondamenta nuove sopra un terreno instabile, senza mai chiedersi se quel terreno possa, prima di tutto, consolidarsi ed essere sano.
La crisi come abitudine: quando il corpo non tollera la calma
La crisi è un’occasione di movimento (interno).
Ci costringe a riorganizzare risorse, a rivedere strategie, a confrontarci con la realtà.
Ma c’è una grande differenza tra attraversare la crisi e cercarla per sentirsi vivi.
Quando siamo abituati abituati a vivere di adrenalina, la quiete diventa insopportabile.
Ci si sente vuoti, disorientati, “spenti”.
Non è che la calma non piaccia: è che non sappiamo abitarla.
E allora si cerca, inconsciamente, un po’ di caos.
Una relazione complicata, un progetto impossibile, un conflitto da alimentare.
Qualcosa che riaccenda la sensazione di esistere e sentirsi vivi.
È una forma di dipendenza — non dal dolore in sé, ma dalle fluttuazioni ormonali che ci inondano e poi ci abbandonano.
Lasciando una sorta di sollievo, scarica di tensione che finalmente trova una specie di via d'uscita (di solito temporanea)
Il corpo non cerca la sofferenza, cerca un movimento.
Ma se l’unico movimento che conosce è quello della crisi, allora la crisi diventa l’unico modo per sentirsi vivi.
La ricerca della profondità: tensione scambiata per autenticità
“Mi piacciono le persone intense”, “ho bisogno di vivere intensamente”, “odio la superficialità”.
Sono frasi che, in superficie, sembrano sane.
Chi non vuole vivere intensamente? Chi non vuole sentire a fondo?
Ma anche l’intensità può diventare una disfunzione.
Per molti, “intensità” significa vivere costantemente al massimo dei giri, oppure senza pelle, scambiando la tensione o l'estrema vulnerabilità per profondità.
Tutto sembra più reale, più vivo, più urgente.
Ma mentre la mente ci racconta che “stiamo vivendo intensamente”, il sistema nervoso è in piena modalità di sopravvivenza.
Questo tipo di intensità non ci apre alla vita: ci chiude in un circolo vizioso di ricerca di stimoli sempre più forti e di sfide sempre nuove.
Come chi ha bisogno di alzare il volume per sentire ancora qualcosa.
L’intensità regolata, invece, è diversa.
Non ha bisogno di crisi, perché non ha paura della quiete.
Smettere di normalizzare il dolore: vivere senza dover essere eroi
La parte difficile è che quando smettiamo di costruire sulla disfunzione, perdiamo un’identità che ci ha accompagnato per anni.
Chi sono, se non sono “quella che tiene tutto insieme”?
Chi sono, se non lotto più?
Chi sono, se non ho più bisogno di salvare nessuno, né di essere salvata?
A volte la salute spaventa più della sofferenza, perché toglie un ruolo e non sappiamo come immaginarci dopo.
Il ruolo di chi combatte, di chi sopravvive, di chi “ce l’ha fatta”.
La salute non ha la stessa narrativa epica del dolore.
Questo è un punto su cui insisto da anni, dobbiamo resistere a questa fascinazione collettiva, che ci viene da secoli di letteratura e che è incorporata in alcune religioni e cominciare a cambiare prospettiva.
Ci aiuterà a entrare più in contatto con il nostro sé autentico.
La calma come sfida: vivere senza picchi emotivi
La felicità non sempre dice molto.
Soprattutto se siamo abituati a cercare solo i picchi, le svolte, le rivelazioni.
La felicità quotidiana, quella fatta di calma, di piccole soddisfazioni, di momenti senza scopo, è meno spettacolare.
Ma proprio per questo è più sfuggente.
Per restarci dentro serve sicurezza, non adrenalina.
Serve fiducia, non stimolo.
Potremmo dire che essere felici — nel senso fisiologico del termine — significa permettere al corpo di stare in uno stato di sicurezza percepita.
Non è un’emozione costante, è una condizione.
E per molti è un terreno sconosciuto, quasi alieno.
Forse è per questo che la evitiamo: se non siamo abituati alla sicurezza non sappiamo neanche riconoscerla. Tantomeno crearla per noi stessi.
Piccole abitudini disfunzionali quotidiane
Costruire sulla disfunzione lo facciamo ogni giorno, in modo quasi invisibile:
Sono gesti piccoli, ma costanti.
E più li ripetiamo, più diventano identità.
Smettere di costruire sulla disfunzione non significa smettere di avere parti disfunzionali — significa smettere di identificarci con loro.
Significa riconoscerle, rispettarle, ma non fondarci sopra la nostra vita o il nostro successo lavorativo.
Tornare a sé: la vera alternativa alla disfunzione
L’alternativa alla disfunzione non è la perfezione, è la regolazione.
Essere regolati non significa non avere problemi, ma riuscire a tornare.
Tornare dopo la rabbia, dopo la paura, dopo la stanchezza.
Tornare in relazione, tornare al corpo, tornare a sé.
La regolazione è un processo, non un risultato.
E non è mai lineare: si impara a tornare, poi si perde, poi si torna di nuovo.
È questo movimento che ci fa crescere e maturare come esseri umani, non la crisi in sé.
Come smettere di fondare la propria vita sul caos
Smettere di costruire sulla disfunzione significa smettere di glorificare ciò che ci consuma.
Significa riconoscere che possiamo crescere anche nel piacere, non solo nel dolore.
Che possiamo essere profondi anche nella quiete.
Che possiamo imparare senza doverci rompere ogni volta.
Smettere di costruire sulla disfunzione è un atto di maturità biologica, prima ancora che emotiva.
È dire al corpo: “Possiamo restare qui, anche se non succede nulla di straordinario”.
Quando la disfunzione diventa sistema: come la società premia chi brucia se stesso
Le aziende sono un ottimo esempio di come la disfunzione diventa sistema organizzato.
Ambienti dove l’urgenza è la norma, dove il burnout viene interpretato come passione e i valori aziendali sono solo teoria buona per un powerpoint autoincensante.
Sistemi che glorificano la crisi costante, la tensione creativa, la competizione — perché la calma “non produce abbastanza”.
Sono strutture costruite sulla stessa disregolazione che abita molti corpi individuali.
Sistemi nervosi collettivi che non hanno direzione precisa e vanno avanti in automatico.
Non è solo un problema organizzativo: è un riflesso culturale.
Abbiamo scambiato la disfunzione per efficienza.
E così, le stesse persone che a livello individuale cercano regolazione, si trovano ogni giorno dentro ambienti lavorativi che sostengono la sregolazione e la disfunzione.
Dalla sopravvivenza alla regolazione
Non si tratta di eliminare la disfunzione, ma di integrarla.
Di riconoscere che ci ha protetto, che ci ha permesso di sopravvivere, ma che ora possiamo scegliere qualcosa di diverso.
Posso vedere la mia tendenza al controllo, ma non necessariamente assecondarla.
Posso riconoscere la mia difficoltà a stare nella calma, senza giudicarla.
Posso imparare a stare bene, anche se all’inizio mi sembra strano.
Come dico nei corsi: è un allenamento, si comincia poco alla volta come quando si torna in palestra dopo anni di assenza.
Questo è il lavoro profondo della regolazione: non rattoppare ma affrontare i problemi strutturali.
Un’azione efficace parte dal riconoscere e affrontare la disconnessione, l’incoerenza, la mancanza di connessione mente-corpo e di consapevolezza emotiva.
È necessario interrompere il ciclo delle soluzioni apparenti, quelle che funzionicchiano, ma alla fine ci tengono contenuti nella nostra disfunzione e andare a lavorare sulle cause profonde, “rafforzando le basi” del nostro sistema nervoso:
- fiducia,
- coraggio,
- connessione e
- una vulnerabilità positiva.
Solo così si crea una base solida e sana su cui può davvero germogliare il nostro sé autentico.
Come cominciare a farlo?
Cominciamo col ripensare tutto.
Smettere di evitare le conversazioni scomode, affrontare le incoerenze, di coprire le disfunzioni con fiocchetti, di adottare pratiche che danno un tocco di sollievo ma ci mantengono come siamo e sostituire ciò che non funziona con cose che funzionano davvero per noi, per ricostruire con coerenza e salute, tenendo insieme cura, chiarezza e valori.
Stai pensando che è troppo teorico?
È un inizio. L'inizio parte sempre con una decisione, una voglia di riorganizzare, un impulso a cambiare.
Poi il lavoro deve andare nel corpo (sennò è inutile), diventare pratica, incarnarsi. (se è un'azienda, incarnarsi nel corpo aziendale).
Nella pratica il lavoro è un lavoro di grounding, cioè di costruire basi solide.
Le basi che tutti noi abbiamo in comune sono il nostro sistema nervoso e i suoi schemi di funzionamento e risposta.
Partire dal basso per andare in alto, in inglese si dice: bottom-up.
Nel lavoro di fisioterapia si parla spesso di rafforzare il core, cioè il centro.
Come dopo una caduta, dobbiamo aiutare una persona a ritrovare la connessione forte con il suolo (grounding), cioè essere radicati, in noi stessi e con il pavimento.
È un lavoro fisico, emotivo e cognitivo che ci consente di essere più stabili nei periodi di instabilità e incertezza come un marinaio esperto sta ben piantato sul ponte della sua nave anche quando infuria la tempesta.
Conclusione
Non c’è nulla di romantico nel dolore cronico o nella crisi.
Ma ci vuole coraggio per ammetterlo, soprattutto in una cultura che ci insegna a misurare la profondità con la sofferenza e il risultato con il sacrificio.
Smettere di costruire sulla disfunzione non significa negare la crisi.
Significa non farne il nostro unico modo di esistere.
Significa lasciare che la vita accada anche nei momenti semplici, anche nel silenzio, anche quando non c’è nulla da risolvere.
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