Da qualche mese osservo una certa agitazione negli account Instagram e nelle newsletter dei colleghi americani.
Post allarmati e prese di posizioni senza se e senza ma.
La teoria polivagale è sotto attacco, dicono.
Le basi anatomiche sono contestate e i correlati comportamentali anche.
Cosa facciamo adesso?

Respirate. Nel senso letterale: attivate il vostro vagale ventrale se vi siete abituati a chiamarlo così o in qualunque altro modo preferiate per descriverlo.

Devo ammettere che capisco.
Quindici anni fa mi sono ritrovata tra le mani un libro che si chiamava, appunto, The Polyvagal Theory, incontrato quasi per caso durante un corso con crediti ecm.

È stato come aprire una finestra: qualcosa si illuminava e prendeva forma.

Il libro era tutt'altro che facile da leggere, denso, super-tecnico, molto ostico ma affascinantissimo.

Però, cominciando a lavorare sul campo con le pratiche somatiche, cominciavi ad accorgerti di qualcosa: la realtà era molto più sfumata.
Le cose non coincidevano sempre con quello che Porges descriveva, c'erano grandi aree vuote. 
E quella discrepanza, invece di disturbarmi, mi ha spinto a mantenere la mente aperta e bella sveglia.

Una teoria è una mappa, non il territorio, vale anche per la teoria polivagale? (Sì!)

Una teoria scientifica è un modello di conoscenza.
È uno strumento per organizzare osservazioni, generare ipotesi, guidare la ricerca.
Non è una verità rivelata (anche se sembra adattarsi perfettamente a quello che facciamo). Non è il reale. È  un tentativo di approssimarsi al reale.

La teoria polivagale ha fatto qualcosa di importante: ha dato un linguaggio accessibile e narrativamente potente a fenomeni che chi lavora con il sistema nervoso riconosce ogni giorno nel lavoro, come il congelamento o lo shutdown.

Ha offerto ai professionisti una cornice per spiegare ai pazienti perché il corpo fa quello che fa.
E soprattutto ha creato un vocabolario condiviso, semplice e meccanico abbastanza da essere finalmente utile a una generazione intera di professionisti del trauma e della relazione d'aiuto.

Questo è un contributo reale. Nessuno lo sta negando.
Ma questo di per sé non rende una teoria valida e solida.

Innamorarsi di una teoria: il meccanismo che dovremmo evitare

C'è una differenza netta tra usare un modello e incarnarlo. 

Usare un modello significa tenerlo in una mano come uno strumento: lo prendi quando serve, lo posi quando non serve e sei pronta o pronto a sostituirlo con uno migliore se la ricerca ti porta nuovi dati.

Questo significa avere un approccio scientifico: evolversi se nuove cose vengono fuori.

Farsi possedere significa qualcos'altro.

  1. 1
    Significa costruirci sopra l'identità professionale.
  2. 2
    Riorganizzare l'intera pratica clinica intorno a una terminologia specifica.
  3. 3
    Seguire corsi che promettono di insegnarti a «tonificare il vago ventrale» come se si trattasse di un programma di esercizi e finita lì.
  4. 4
    Sentirsi minacciati quando qualcuno mette in discussione quella narrazione

È un meccanismo che conosco e che capisco: questa teoria ha una seduzione speciale perché sembra spiegare tutto benissimo.
Ci dà l'impressione di finalmente capire cosa succede dentro le persone.
È una bella sensazione.

Quando la teoria diventa brand: il problema del marketing polivagale

Il mercato della formazione professionale è diventato molto bravo a monetizzare quella sensazione.

Negli ultimi anni sono proliferati corsi, certificazioni e programmi costruiti interamente sull'edificio della teoria polivagale: «Diventa un professionista del nervo vago», etc, etc. 

Un linguaggio seducente, una cornice narrativa potente, un'identità professionale pronta all'uso.
Tutto bellissimo, finché qualcuno non fa quello che è assolutamente normale in ambito scientifico e di ricerca: ti critica. 

Chi ha costruito il proprio posizionamento professionale interamente su questa terminologia si trova oggi in una posizione scomoda.
Non perché non sia bravo ma perché adesso che la mappa viene ridisegnata non sa più dove si trova. 

Vale la pena notare, con tutta la stima per il contributo scientifico di Porges, che anche lui non è rimasto estraneo a questo meccanismo.
Il Polyvagal Institute, i corsi certificati, l'ecosistema formativo costruito intorno alla sua teoria: Porges ha saputo monetizzare il proprio lavoro con una certa abilità imprenditoriale.

Non è un'accusa, è un'osservazione.
Ricordarselo aiuta a tenere la giusta distanza critica.

Persona su una strada dritta legge una mappa con un punto di domanda sopra la testa

Non fidarti solo della mappa: esplora il territorio

Il nostro lavoro esisteva prima di Porges

Questo è il punto che trovo più importante e che mi stupisce non sia il primo a essere menzionato ogni volta che si apre questa discussione.

Il lavoro somatico, la terapia del trauma, le pratiche di regolazione del sistema nervoso: tutto questo esiste da decenni. I risultati clinici che vediamo ogni giorno nei nostri studi non dipendono dalla solidità della teoria polivagale. 

Entrambi i metodi con cui lavoro, Feldenkrais e Somatic Experiencing, si occupano da sempre di attivazione, regolazione e ritorno a uno stato di presenza nella finestra di tolleranza emotiva e lo facevano molto prima che esistesse una terminologia di riferimento.

Il contributo della teoria polivagale è stato dare finalmente un linguaggio a ciò che già funzionava: un quadro teorico semplice, narrativo, accessibile, che ha permesso a una generazione di professionisti di spiegare ai propri pazienti e a se stessi cosa stava succedendo. Questo è prezioso.

Ma il linguaggio non è la pratica - specialmente se diciamo in giro che lavoriamo con il corpo - e la mappa non è il territorio.

I modelli su cui il nostro lavoro si appoggia sono solidi e plurali.

La finestra di tolleranza di Daniel Siegel descrive gli stessi tre stati funzionali con un supporto letterario molto più robusto.
 
Pat Ogden e la terapia sensomotoria usano un linguaggio di attivazione e regolazione del sistema nervoso autonomo che non dipende dalla gerarchia polivagale.
 
Allan Schore ha costruito decenni di ricerca solidissima sulla neurobiologia della regolazione affettiva.
 
Bessel van der Kolk usa la Finestra di Tolleranza nei termini della regolazione del sistema nervoso autonomo.

Questo è il terreno su cui lavoriamo.
Era fertile prima di Porges e continuerà a esserlo dopo.

Senza un sistema nervoso regolato, non possiamo aiutare gli altri a regolarsi


I miei corsi sono sempre aperti anche ai professionisti, perché al di là della formazione teorica serve una mappa pratica per essere noi, per primi, regolati.
Se vuoi ricevere le mie mail con informazioni sui corsi, avvisi quando pubblico un articolo o un video, lascia qui la tua email

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Cosa cambia nella pratica dopo le critiche alla teoria polivagale

Se usate termini come vago ventrale o vago dorsale nelle vostre spiegazioni, ha senso aggiornarli? Probabilmente sì.

Descrivere uno stato come iperattivazione o ipoattivazione, usare la cornice della finestra di tolleranza, parlare di zone di regolazione ottimale: è clinicamente equivalente, teoricamente più solido e spesso più comprensibile.

Il rigore non è mai stato opzionale

Almeno per me.
Studiare a fondo costa tempo e fatica e, diciamocelo, non sempre questo tempo c'è soprattutto se l'agenda è piena.
Ma andare alle fonti e non accontentarsi di qualche contenuto digerito e preparato da altri rimane fondamentale
 
Fare il lavoro pratico (cioè la clinica) significa anche fare pace con l'incertezza, accettare che ciò che è clinicamente utile e ciò che è scientificamente consolidato non sempre coincidono e che va bene così (purché non ci si cristallizzi in questa posizione).

Le critiche alla teoria polivagale non ci lasciano senza bussola.
 
Ci ricordano che la bussola siamo noi: la nostra formazione, la nostra esperienza clinica, la nostra capacità di navigare l'incertezza senza bisogno di appigli assoluti.

Il lavoro continua. Come è sempre stato.