Per anni abbiamo sentito parlare di resilienza come se fosse la risposta giusta a tutto.
Dopo un lutto, un trauma, un colpo pesante, l’idea dominante è che dovremmo “riprenderci”, tornare come prima.
La resilienza è spesso paragonata a una molla elastica ma noi siamo un sistema vivente complesso che possiede una capacità biologica molto più potente, interessante e sottovalutata: l’antifragilità, cioè la crescita post-traumatica.
In questo articolo parlo di questo concetto che va oltre quello di resilienza e come il tuo sistema nervoso può imparare a evolvere in qualcosa di più grande dopo uno stress o un trauma.
La sofferenza fa davvero crescere? Cosa succede al sistema nervoso dopo un trauma
Esiste una forma di "positività tossica" che suggerisce che la sofferenza renda forti. Quasi che dovremmo essere contenti e grati.
La verità è che la sofferenza fa schifo ma nessuno ha il coraggio di dirlo.
Ma non solo, le esperienze traumatiche lasciano un senso di profonda ingiustizia e vergogna in chi le prova.
Non è vero che la sofferenza di per sé fa crescere, ciò che fa la differenza è quello che succede dopo.
Mentre la resilienza è la capacità di incassare il colpo e rialzarsi, l’antifragilità è la capacità di evolversi dopo un’esperienza angosciosa.
Onestamente la resilienza è comunque un'ottimo traguardo, non lo nego, è qualcosa che tengo in grande considerazione e ne parlo spesso nei miei corsi.
Ma l'antifragilità è un passo in più.
La ricompensa non è la fine dei problemi, ma poterli affrontare con più agio e, cosa più importante, poter accedere a quelle che chiamo zona di espansione,
quello stato del sistema nervoso dove possiamo attingere alla creatività, la connessione, l'apprendimento.
Il paradosso del trauma: perché restiamo bloccati? Il ruolo del freezing
Durante un evento traumatico, il sistema nervoso può andare in freezing (risposta di congelamento).
È una risposta biologica automatica: quando lottare o fuggire non è possibile, il corpo "stacca la spina" per proteggersi.
Il problema è che il corpo spesso rimane bloccato in questo stato anche molto tempo dopo che il pericolo è passato. Questo accade perché il trauma non viene memorizzato come un racconto logico, ma come un’esperienza sensoriale.
Per attivare una crescita post-traumatica, dobbiamo spostare l’attenzione dal "cosa è successo" al "come il corpo funziona".
Ciò che ci tiene bloccati dopo un trauma non è solo l’episodio in sé, ma il modo in cui il sistema nervoso resta in uno stato di allarme, continuando a reagire come se il pericolo fosse ancora presente.
Perché "risalire subito in sella" può mantenere il sistema in allarme

Tutti abbiamo sentito il consiglio: "Se cadi, risali subito in sella".
Ma questo approccio ignora la biologia dello stress.
Prendiamo l'esempio di una caduta in bicicletta.
Se risali immediatamente mentre il cuore batte all'impazzata e il respiro è corto, stai forzando il sistema a riprendere un'azione prima che abbia avuto la possibilità di completare le sue reazioni di sopravvivenza.
Magari prosegui, ma quella paura non elaborata rimarrà "appiccicata" addosso.
Mesi dopo, quella vocina potrebbe sussurrarti di non prendere più la bici, o di non uscire di casa, restringendo lentamente la tua libertà.
L'antifragilità si attiva quando permettiamo al corpo di completare i suoi processi: lo shock, la rabbia, i tremori e, infine, il ritorno alla calma.
(per una descrizione dettagliata del processo guarda il video dove racconto della mia caduta in bicicletta).
Solo allora il ricordo smette di essere un limite e diventa un'informazione utile che il corpo usa per proteggerci senza andare in panico.
Questo però non accade automaticamente. Non basta che il tempo passi. Perché un ricordo si trasformi, venga elaborato e integrato nel nostro sé, abbiamo bisogno di una capacità di stare, ascoltare il nostro corpo anche nei momenti in cui non è piacevole, invece di cercare di staccarci il prima possibile da quello che stiamo provando.
Purtroppo, se non ci è stato insegnato a stare con le nostre emozioni, anche quando sono intense, anche quando c'è una rottura o un ferita (non solo fisica ma anche simbolica) dovremmo re-impararlo da adulti.
Come si lavora con le esperienze traumatiche partendo dal corpo
Titolazione e Pendolamento
Come si costruisce l'antifragilità nel lavoro con il corpo?
Attraverso due pilastri che insegno e che fanno parte del mio lavoro quotidiano:
- Titolazione: Significa dosare l’esposizione alle sensazioni difficili a piccoli passi gestibili. Come quando entri in un'acqua molto fredda: non ti tuffi, ma procedi un centimetro alla volta.
- Pendolamento: È il movimento consapevole tra una risorsa (qualcosa che ti fa sentire al sicuro, come il contatto dei piedi a terra) e la sensazione difficile. Si oscilla dolcemente tra le due, insegnando al sistema nervoso che può toccare il disagio senza esserne sopraffatto.
I segnali che il sistema nervoso sta sviluppando una crescita post-traumatica
Non è una linea retta e non è una questione di forza di volontà. Te ne accorgi da piccoli segni quotidiani:
- Le cose che prima ti pesavano diventano più leggere.
- Il sonno e la digestione migliorano.
- Una difficoltà attiva la tua curiosità invece del panico.
- Accetti sfide che prima avresti rifiutato.
Tutto questo accade quando sappiamo come permettere alla biologia di fare il suo lavoro, completando i processi di adattamento che erano rimasti interrotti.
Dalla sopravvivenza alla nostra zona di espansione
L'antifragilità non significa diventare insensibili o costruirsi una corazza. Al contrario, significa darsi il permesso di essere fragili per permettere al sistema di riorganizzarsi.
È così che la sopravvivenza lascia spazio alla zona di espansione: quello stato in cui torniamo finalmente capaci di creare, di imparare e di connetterci davvero con gli altri. Non si tratta di tornare come prima, ma di diventare qualcosa di nuovo.
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