La convinzione comune è quasi sempre questa: per superare un trauma bisogna affrontarlo. Tirarlo fuori.
Oppure aprirsi, lasciarsi attraversare dalle emozioni.
Sono convinzioni che affollano gli scaffali delle librerie e il mondo dei social.
Possono funzionare per la crescita personale, ma quando si tratta di esperienze angosciose o sopraffacenti, di quelle che chiamiamo traumi, non funzionano più così bene.
Il lavoro somatico sul trauma, quello che faccio nella mia pratica e che parte dal corpo e avviene nel corpo, parte da un'ipotesi diversa.
Sembra troppo semplice per funzionare. Eppure è esattamente il punto da cui partire.
In questo articolo ti racconto cosa significa, perché è il fondamento di tutto il resto e da dove cominciare per superare un trauma in un modo che non rischia di travolgerti di nuovo.

Perché "buttarsi dentro" al trauma spesso peggiora le cose
Per anni il modello dominante per affrontare le esperienze difficili è stato uno solo: parlarne.
Raccontare, ricostruire, dare un senso, mettere in parole.
Quello che trovo nel mio lavoro è che le persone sono stufe marce di dover raccontare storie sgradevoli e angosciose e che, a volte, rinunciano a cercare un professionista della salute perché sanno che staranno peggio.
Questo modello non funziona quando l'esperienza è stata sopraffacente.
Le pratiche di crescita personale e le tradizioni orientali hanno aggiunto un altro tassello: aprirsi, accogliere, lasciarsi attraversare dalle emozioni, accettare.
Anche qui c'è del vero e c'è qualcosa di utile.
Ma anche qui, applicato senza sufficiente comprensione di cosa è davvero un trauma e di come altera il sistema nervoso, la memoria e il funzionamento del cervello, il rischio di soffrire ancora è alto.
Perché un trauma, per definizione, è un'esperienza che ha sopraffatto la capacità del sistema nervoso di reggerla nel momento in cui è successa.
Se la stessa intensità torna in una sessione individuale o in un gruppo di pratica e non c'è nulla che la contenga, succede una cosa precisa: si riattiva l'esperienza originaria con tutto il bagaglio di sensazioni sopraffacenti che si porta dietro.
La persona viene di nuovo travolta.
Si chiama ritraumatizzazione e accade più spesso di quanto si pensi.
Questo è il punto in cui il lavoro somatico si separa dagli altri approcci.
Non perché disprezzi il parlare o l'aprirsi.
Ma perché si occupa, prima di ogni altra cosa, di costruire le condizioni in cui parlare e aprirsi diventa effettivamente possibile, senza che tutto crolli.
Da dove cominciare per superare un trauma: la prima domanda da farsi
Quando una persona arriva con la voglia urgente di "lavorare sul trauma", la prima domanda che dobbiamo porci non è quale tecnica/metodo usare. È un'altra.
C'è abbastanza terreno solido sotto i piedi per cominciare?
Non è una domanda retorica, è una domanda fisiologica.
Significa: il sistema nervoso di questa persona ha la capacità, in questo momento, di sostenere il contatto con un'intensità anche solo evocata, senza venirne travolta?
Se la risposta è no, il lavoro non comincia dal trauma. Comincia da prima. Dal costruire la capacità stessa di reggere l'intensità.
Il primo passo non è guardare a fondo. Il primo passo è costruire dove stare, mentre lo guardi.
Le "condizioni iniziali" di Peter Levine: costruire il contenitore
Peter Levine, il ricercatore americano che ha sviluppato Somatic Experiencing, il metodo con cui lavoro, ha un nome preciso per questo lavoro preliminare. Lo chiama: le condizioni iniziali.
È un'idea che inverte la sequenza classica.
Le condizioni iniziali sono tutto quello che serve perché un lavoro sul trauma sia sostenibile:
Non si parte dal trauma, si parte da qui.
Questo è anche il motivo per cui nella mia pratica le prime sedute e a volte le prime settimane, non sembrano quello che le persone si aspettano.
Non si "lavora sul trauma". Si lavora sulla capacità di sentire il proprio peso sulla sedia, di percepire un confine, di accorgersi quando il respiro si trattiene. Sembra poco. È moltissimo.
Cosa succede nel corpo quando racconti qualcosa di troppo
Vedo spesso persone che arrivano con una voglia urgente di buttarsi dentro. Vogliono raccontare il trauma, vogliono andare dritte dove è difficile. La convinzione, anche qui, è quella diffusa: lo "devi" affrontare.
Ma mentre cercano di raccontarmi cose difficili, storie fatte di offese, violazioni, prevaricazioni, il corpo sta già facendo altro.
Si sta allontanando. Silenziosamente.
Si vede in segnali piccoli e precisi, della voce, dello sguardo, del respiro.
A volte la persona stessa, a metà di un racconto, dice: "ma adesso non sento più niente, è strano".
Non è strano, è esattamente quello che il sistema nervoso ha imparato a fare per sopravvivere a un'intensità che era troppo da reggere.
Quel "non sentire più niente" non è guarigione.
È un meccanismo di protezione che si sta attivando in tempo reale, mentre la persona pensa di "stare facendo il lavoro".
Se hai mai lavorato con me e ti ho frenata o frenato, era esattamente per questo. Non per impedirti di parlare. Ma per non lasciare che il tuo corpo facesse il suo solito mestiere di mettersi al riparo, mentre la testa cercava di mandare avanti la storia.
Le due velocità del sistema nervoso non regolato
C'è una cosa che ho notato lavorando con tante persone diverse ed è una delle ragioni per cui le condizioni iniziali contano così tanto.
Molte persone, quando arrivano, conoscono solo due velocità.
O non sentono niente, o sentono troppo.
È quello che succede quando il sistema nervoso non ha avuto modo di imparare a regolarsi.
Cioè non sa, nel concreto, che esiste un modo di modulare.
Che si può stare con qualcosa di intenso senza che diventi troppo.
Quando esistono solo due velocità, l'unica strategia possibile diventa: o spengo tutto, o vengo travolto. (se vuoi capirne di più trovi l'articolo dedicato sulla risposta di congelamento)
Ed entrambe sono molto faticose, energeticamente poco sostenibili nella vita quotidiana.
Il lavoro somatico, in questa fase iniziale, fa una cosa molto specifica. Insegna al sistema nervoso che si può sentire un po', poi un po' di più, poi tornare indietro.
La regolazione non è un interruttore, è una manopola.
È un apprendimento corporeo, non concettuale.
Non si capisce con la testa.
Si sperimenta, in piccolo, con qualcosa di gestibile, finché il corpo non comincia a fidarsi del fatto che può farlo.
Solo a quel punto si può iniziare a portare in campo qualcosa di più grande.
blocco cta: Se stai esplorando questo tema, ho raccolto alcune pratiche e materiali sul sistema nervoso e sul lavoro somatico nel centro risorse: puoi trovarli qui o cliccando sulla barra destra di questo articolo.
Se stai esplorando questo tema, ho raccolto alcune pratiche e materiali sul sistema nervoso e sul lavoro somatico nel centro risorse: puoi andarci da qui sotto o cliccando sulla barra destra di questo articolo.
Sei sempre tu al timone: il principio che cambia tutto
C'è un altro elemento che fa parte delle condizioni iniziali e secondo me è uno dei più importanti.
La persona è sempre al timone (ovvero: conserva la sua agency).
Decide quando avanzare e quando fermarsi. Decide quanto è abbastanza. Decide se in questo momento può guardare quella cosa, o se oggi è meglio restare un passo indietro.
Questo a volte viene scambiato per mancanza di coraggio, invece dovremmo cominciare a considerarlo saggezza del corpo.
Non è una sottigliezza tecnica, è il cuore del metodo.
Nelle esperienze angosciose o sopraffacenti, il controllo viene perso. Sempre.
Restituirlo, concretamente, nel corpo, in tempo reale, è già parte del lavoro. Anzi, in molti casi è il lavoro.
Il mio ruolo: accompagnare, non "guarire"
Questo cambia anche il modo in cui io mi pongo come professionista. Non sono io a decidere quando si va a fondo. Non sono io a stabilire il ritmo.
Posso proporre, posso accompagnare, posso segnalare quello che vedo e costruire insieme una strada.
Ma chi decide è chi sta facendo il percorso. Sempre.
È una posizione molto diversa da quella di chi promette di "guarirti" o di farti "superare il trauma".
Il potere di andare nella direzione di un lavoro così delicato deve restare dove deve stare. In te.
Riconquistare un sano controllo
Non pensare a un controllo opprimente, si tratta di un sano controllo e la parola migliore per descriverlo è una parola inglese: Agency.
Se vuoi vedere il mio video su questo concetto, lo trovi sul mio canale youtube.
Da dove cominciare per superare un trauma: il primo passo che puoi fare oggi
Se sei arrivata o arrivato fino a qui, probabilmente hai capito che la risposta non è una tecnica da applicare stasera prima di andare a dormire o una routine per cominciare bene la giornata.
Da dove cominciare per superare un trauma è una domanda che merita una risposta seria, non una scorciatoia.
La risposta più onesta che posso dare è: comincia dal corpo.
Comincia dal contenitore.
Tutto il resto viene dopo e viene con tempi che non si possono forzare.
In pratica, questo significa due cose.
La prima è imparare a riconoscere il corpo, nel concreto.
La tua fisiologia.
Sembra un parolone, ma gli effetti di un trauma cambiano le nostre percezioni: del corpo, del tempo, dello spazio.
Recuperare queste percezioni significa ricominciare a riappropriarsi della connessione mente-corpo.
Bonus extra: non serve nemmeno raccontare cosa ti è capitato.
Sembra troppo semplice per funzionare, ma funziona ed è il vero punto di partenza.
La seconda è costruire un contenitore, cioè imparare a contenere l'intensità dei nostri vissuti e delle nostre memorie.
Questo contenitore, di nuovo, è il nostro corpo.
Non c'è una formula universale.
C'è quello che funziona per il tuo sistema nervoso, in questo momento.
Per questo nei miei corsi insegno un ventaglio di opzioni: ti mostro una serie di cose che funzionano e il tuo compito è trovare quelle che funzionano meglio per te.
Quello che ti propongo è che il primo passo non è un salto nel vuoto.
È un punto di sostegno. E i sostegni si costruiscono, uno alla volta, prima di qualsiasi altra cosa.
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