La maggior parte delle persone arriva da me dopo un lungo giro che di solito prevede fisioterapista, osteopata, esami, lastre, risonanze.
A volte c'è una diagnosi, a volte no.

È qualcosa che la medicina tradizionale fatica ancora a nominare con chiarezza: il dolore cronico come fenomeno del sistema nervoso, non solo dei tessuti.

In questo articolo voglio spiegarti cosa succede davvero quando il dolore non passa, perché certi trattamenti comuni possono involontariamente mantenerlo vivo, e quale approccio, nella mia esperienza clinica, produce risultati diversi.

Fonte: IASP — International Association for the Study of Pain, organismo scientifico internazionale di riferimento per lo studio e la definizione clinica del dolore. Fonte foto: Unsplash

Il dolore cronico non è (solo) un problema meccanico

Siamo stati educati con un'idea lineare del dolore: qualcosa si danneggia, fa male, si ripara, smette di fare male.
Logico, ma spesso, le cose non sono così semplici.

Il dolore cronico funziona in modo diverso.

Quando il dolore persiste o torna dopo le terapie, stiamo guardando qualcosa di diverso.
Non necessariamente un danno ai tessuti in corso, ma un sistema nervoso che continua a mandare il segnale di dolore. Si è bloccato in uno schema. 

Il dolore cronico è in larga parte un fenomeno del sistema nervoso.
È plasmato da stress cronico, da schemi di contrazione che il corpo ha adottato per proteggersi e non ha mai abbandonato, da un sistema autonomo che non è mai davvero tornato a uno stato di quiete, come se l'emergenza non fosse mai finita.

Questo non significa che il dolore sia immaginario.

Il dolore cronico non è dove tutti stanno guardando

Perché il dolore persiste anche senza un danno visibile

Una delle cose più frustranti per chi soffre di dolore cronico è sentirsi dire che "gli esami sono nella norma".
Come se questo significasse che il problema non esiste.

Ma c'è una spiegazione precisa per questo fenomeno.

Il sistema nervoso ha il compito di proteggerti.
Quando percepisce una minaccia, reale o potenziale, attiva una risposta di difesa: tensione muscolare, contrazione, allerta.
È un meccanismo intelligente e prezioso.

Il problema nasce quando questa risposta non si disattiva.
Quando lo stress prolungato, un trauma fisico o emotivo, o semplicemente anni di posture difensive hanno insegnato al sistema nervoso a restare in guardia, anche dopo che il pericolo è passato.

Di che pericolo sto parlando? 
Potrebbe essere un intervento chirurgico da cui non ci si è mai veramente ripresi, un "colpo della strega" particolarmente forte o uno stress da shock come una caduta o un incidente.

Ma in realtà qualsiasi cosa - letteralmente - che il cervello abbia percepito come pericolo, anche un semplice mal di schiena che è durato troppo a lungo.

In quel caso il cervello continua a produrre dolore non perché ci sia un tessuto danneggiato, ma perché il sistema nervoso lo interpreta ancora come necessario.
Come un allarme antincendio che continua a suonare anche dopo che il fuoco è spento.

Questo è il motivo per cui il dolore cronico può spostarsi, cambiare intensità senza una ragione apparente, peggiorare sotto stress e migliorare in vacanza o in situazioni di rilassamento profondo.

Non è il muscolo che decide. È il sistema nervoso.

Doanld Melzack autore di due importanti teorie del dolore (teoria del cancello e teoria della neuromatrix) definisce il dolore come: una minaccia al sé corporeo

La chinesiofobia: il fattore più ignorato nella gestione del dolore

C'è un fenomeno che nella mia pratica clinica vedo quasi sempre, e che raramente viene affrontato in fisioterapia o osteopatia: la chinesiofobia.

Chinesiofobia (o kinesiofobia)
La paura appresa del movimento.  Una risposta del sistema nervoso che associa il gesto/movimento al dolore.

La chinesiofobia è la paura del movimento.
 
Una risposta appresa: il corpo ha sperimentato che muoversi fa male, e ha smesso di muoversi liberamente per proteggersi da ulteriore dolore.

In sostanza il nostro cervello primitivo ha fatto un equazione: muoversi = dolore.

Il problema è che questa protezione, utile e sensata all'inizio, nel tempo diventa una sorta di trappola.

Un corpo che evita il movimento perde mobilità, perde flessibilità perde il senso di sicurezza nel proprio spazio fisico.

E un sistema nervoso che associa il movimento al pericolo continua a produrre dolore ogni volta che si avvicina a certi gesti, certi sforzi, certe posizioni.

Nella mia esperienza, affrontare la chinesiofobia dovrebbe essere il primo obiettivo terapeutico, molto prima di prescrivere esercizi o allungamenti.
 
Perché dare esercizi a un corpo-cervello-mente che ha paura di muoversi non risolve il problema. Spesso lo aggrava.

Perché certi trattamenti comuni non bastano, e a volte peggiorano le cose

Questo è il punto che trovo più difficile da comunicare, perché va contro molto di quello che viene insegnato e praticato.

La maggior parte dei programmi terapeutici per il dolore cronico si concentra su postura, allungamenti e respirazione.

A volte queste cose sono utili, anche se non sufficienti.

A volte, invece, mantengono vivo e alimentano il circuito del dolore.

Come è possibile?

1

Gli allungamenti muscolari possono aumentare la tensione

Quando allunghi un muscolo che il sistema nervoso sta tenendo contratto per proteggerti, non stai rilasciando una tensione.
Stai lavorando contro una decisione del cervello.
Il sistema nervoso risponde usando il riflesso miotatico di stiramento: percepisce il pericolo e aumenta la contrazione, nonostante l'allungamento, anche quando viene eseguito da un terapista esperto.
Anche quando il paziente percepisce un sollievo dopo la manovra.

2

Gli esercizi di respirazione possono creare un effetto paradosso

Sono quasi sempre presenti nei protocolli per il dolore cronico (ma quasi mai nei miei corsi).
Gli esercizi di respirazione fatti con la persona non a proprio agio, in un ambiente poco accogliente, con un terapista poco sintonizzato o semplicemente in un momento emotivamente difficile, possono creare irrigidimento invece di rilasciamento.
Il sistema nervoso non risponde al metodo. Risponde al contesto di sicurezza (e questa frase non mi stancherò mai di ripeterla).

3

 L'attenzione ossessiva al sintomo mantiene il sistema in allerta

Quando ogni seduta ruota intorno a "quanto fa male oggi" "hai fatto gli esercizi?", il sistema nervoso resta focalizzato sul problema. E un sistema nervoso focalizzato sul problema non si calma.
Si allerta ulteriormente.
Il dolore non è solo una sensazione.
È anche una narrativa, come il terapista parla e dove dirige l'attenzione è parte fondamentale del lavoro terapeutico.

4

L'atteggiamento mentale del paziente

Ogni volta che fai un esercizio pensando "devo aggiustare questa schiena rotta", o che un terapista ti fa notare quanto sia fragile o problematica una struttura, stai confermando al cervello che quella parte del corpo è pericolosa.
E il cervello è molto bravo a cogliere questi messaggi.

Nei miei ricordi di tirocinante c'è una giovane paziente - lei stessa infermiera - che a 9 mesi da un colpo di frusta aveva giramenti di testa, nausea e vertigini non giustificati dalle lastre. Me la ricordo entrare in una sala piccola con almeno altri due pazienti in trattamento, ognuno con il rispettivo fisioterapista e una marea di giovani tirocinanti forse anche un po' chiassosi.
Sarà stato lo shock del colpo di frusta mai passato o il disagio di trovarsi sul lettino nel ruolo del paziente o l'affollamento nella stanza, ma più il suo fisioterapista le chiedeva di respirare profondamente più il suo viso si sbiancava, sbarrava gli occhi e il corpo si irrigidiva.


In una situazione percepita come "non sicura", gli esercizi di rilassamento possono avere un effetto paradosso. 

È lei una della ragioni per cui
ho studiato e mi sono specializzata nel Feldenkrais

Un approccio diverso: lavorare sul sistema, non solo sulla forma

Quello che propongo nasce proprio dall'osservazione di questi meccanismi, e da come superarli.

Nasce da una domanda diversa.

Non "cosa c'è di sbagliato in questo corpo?" ma "di cosa ha bisogno questo sistema nervoso per sentirsi abbastanza al sicuro da lasciare andare il dolore?"

Nella pratica, questo si traduce in alcune direzioni precise.


  • Rilasciare la contrazione cronica tenuta sì nei tessuti, ma originata e mantenuta dal sistema nervoso e dal cervello.
  • Restituire al corpo la sensazione di sicurezza nel movimento, perché il dolore diminuisce solo quando il sistema si sente abbastanza al sicuro per lasciarlo andare.
  • Ripristinare l'omeostasi, non solo dare sollievo momentaneo.Rieducare il movimento senza rinforzare la paura di farlo.

Questo tipo di lavoro richiede strumenti specifici.
Strumenti che non agiscono sul sintomo, ma sul sistema che lo genera.

Il sistema nervoso impara meglio quando non è sotto pressione

Il Metodo Feldenkrais e il dolore cronico: perché funziona diversamente

Lo strumento che uso per questo e che trovo straordinariamente efficace proprio per questi pattern è il Metodo Feldenkrais.

Non è ginnastica. Non è stretching. Non è una tecnica di rilassamento (anche se può darti i benefici generici di tutte queste cose insieme)

È un'educazione somatica che lavora attraverso il movimento lento e consapevole per riorganizzare il sistema nervoso dall'interno.
Ogni lezione è progettata per portare attenzione a come il corpo si muove, non per correggerlo, ma per ampliarne la consapevolezza.

Il cervello tiene una mappa del tuo corpo.
Quando quella mappa è distorta da anni di dolore, tensione e paura, il corpo si muove di conseguenza: in modo limitato, difensivo, costoso in termini di energia.

Il Feldenkrais aggiorna quella mappa.

Non attraverso la forza o la ripetizione, ma attraverso l'esplorazione.
Il sistema nervoso impara meglio quando non è sotto pressione, quando il movimento è lento abbastanza da essere sentito, quando c'è spazio per la curiosità invece che per la correzione.

Questo è esattamente il contesto opposto a quello che mantiene vivo il dolore cronico.

Nella mia esperienza clinica, il Feldenkrais è particolarmente indicato per chi soffre di dolore cronico a collo, schiena, anche e spalle, per chi ha una diagnosi di fibromialgia o sintomi che i medici faticano a spiegare, ma anche per chi sente rigidità articolare o limitazioni posturali che non rispondono agli approcci tradizionali e per chi ha vissuto periodi di stress intenso o sovraccarico del sistema nervoso che si sono depositati nel corpo.

Se questo ti riguarda

Se hai letto fino a qui, probabilmente qualcosa ha risuonato.

Forse sei tu la persona il cui dolore è ancora lì.

Forse sei un professionista che riconosce nei suoi pazienti quello che ho descritto.
Forse stai semplicemente cercando un approccio diverso, dopo averne provati tanti.

Il primo passo non deve essere necessariamente un corso o una seduta.
Può essere semplicemente iniziare a guardare il tuo dolore con occhi diversi.

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