L'ipnosi è un fenomeno affascinante, non c'è che dire e in alcuni casi, come quando è usata per integrare o sostituire un'anestesia, è sicuramente utilissima.
Però non sempre, non in tutti i contesti va a buon fine.
E la ragione ha una sua logica biologica.
Quando il rilassamento fa il contrario di quello che dovrebbe
Qualche tempo fa ho ricevuto un'email da una persona che chiedeva informazioni sulle tecniche che uso perché:
Sono molto ansiosa, con ipocondria, attacchi di panico e somatizzazioni. Prima di iscrivermi al corso, ho ancora una domanda: in passato ho fatto esperienze di ipnosi e meditazione ed entrambe, paradossalmente, mi hanno fatto male, nel senso che nei giorni successivi ero in preda ad un ansia fortissima.
Mi sembra che le pratiche di rilassamento/meditazione abbiano su di me una sorta di effetto paradosso.
Può succedere.
Alcune pratiche di rilassamento (che io non uso nei miei programmi online anche se le ho studiate) possono avere un effetto paradosso.
Invece di calmare, acutizzano l'agitazione.
Il vero compito del sistema nervoso
Per capire cosa succede, dobbiamo partire da un punto che ribalta completamente la prospettiva più comune.
Il compito reale del sistema nervoso
Non è farci stare bene.
Non è farci rilassare.
Il suo unico vero lavoro è garantire la sopravvivenza.
Quando il sistema nervoso percepisce un pericolo, reale o immaginato, la risposta è di allerta, energia che corre veloce, senso di urgenza, pensiero che accelera.
Quando è così, chiedere al sistema nervoso di rallentare e concedersi un rilassamento è inutile.
Il sistema nervoso non ascolterà e non si farà sedurre dalla possibilità di un abbandono.
In certi casi, per alcune persone, il segnale che manda il rilassamento è: pericolo!
Non si rilassano. Al contrario, per ogni invito a "mollare", il loro motore interno accelera ancora di più.
Il senso di pericolo e di minaccia incombente aumenta invece di diminuire.
Tre situazioni in cui la quiete diventa un segnale di pericolo
La calma prima della tempesta
Per chi è cresciuto in ambienti imprevedibili e caotici, dove le urla o i conflitti scoppiavano senza preavviso, il sistema nervoso non ha mai imparato a godere di vera quiete.
Il silenzio e la tranquillità erano, invece, la calma prima della tempesta, un'attesa snervante che terminava con un litigio o un duro rimprovero.
In queste situazioni, il sistema nervoso ha imparato ad associare la quiete all'allerta massima.
È una risposta adattativa, nata per proteggere.
Ma continua a funzionare anche quando il pericolo non c'è più.
Il buio e il silenzio possono essere stati il contesto di esperienze traumatiche
Certe esperienze traumatiche possono essere capitate di notte, nel silenzio, in momenti di quiete.
Un terremoto notturno oppure essere strappati al sonno da un'emergenza medica che ci porta al pronto soccorso o aver assistito al trapasso di una persona cara.
Il cervello non registra solo quello che è successo: registra anche il contesto in cui è successo.
Nei contesti tipici delle pratiche di rilassamento alcuni segnali come:
- luci soffuse,
- occhi chiusi,
- corpo immobile,
- musica soft,
possono essere letti come indizi di pericolo.
Per alcune persone possono essere inviti al relax, per altre sono le condizioni in cui - nel passato - qualcosa è andato storto.
La meditazione profonda, l'ipnosi, le tecniche di rilassamento profondo riproducono involontariamente quelle condizioni.
Il corpo che non risponde: anestesia e perdita di controllo
Le anestesie (fondamentali per preservarci dal dolore) sono stati indotti di perdita di coscienza ma anche di corpo "disattivato".
Viene indotta oltre la perdita di coscienza anche una paralisi muscolare.
Nell'entrare e uscire da uno stato di anestesia può capitare di sentire il corpo che non risponde come vorremmo o comunque di esserci sentiti fuori dal nostro legittimo controllo, in balia degli altri.
Così quella sensazione di corpo molle e pesante che smette di rispondere come al solito, (che può essere piacevole in un contesto sicuro) per altri è un segnale di allerta massima.
Il cervello non distingue tra contesti di intervento chirurgico e tecnica di rilassamento.
Il cervello riconosce lo schema muscolare, lo associa a un pericolo passato e fa quello che sa fare: lancia l'allarme.
Il problema non è la tecnica: è il materiale inconscio che potrebbe emergere
Ipnosi, meditazione profonda, tecniche di rilassamento possono essere strumenti utili in alcuni contesti, ma generano qualche problema con sistemi nervosi iperattivati e passate esperienze traumatiche.
Queste pratiche possono accedere a materiale inconscio che si trova in strati profondi della memoria.
Se quel materiale non è ancora stato elaborato, se il sistema nervoso non è ancora pronto a reggere quello che emerge, il risultato può essere il riaffiorare di energia e sensazioni che la persona non sa come contenere.
È come aprire una diga senza aver costruito prima un canale per indirizzare l'acqua.
L'acqua esce, ma può fare qualche danno.

Come funziona il lavoro somatico con un sistema nervoso ansioso
Nel lavoro somatico, visto con la lente di Peter Levine come riferimento, il principio è opposto a quello di molte tecniche di rilassamento.
Non si inizia dall'andare incontro alla nostra storia nascosta e al sicuro nelle pieghe del nostro inconscio.
Se l'incoscio ha preferito dimenticarla... una ragione ci sarà!
Si inizia dalla costruzione della capacità di contenere.
Significa lavorare con la persona attiva, sveglia, presente.
Significa fare tutto a piccole dosi, in modo da non essere sopraffatti dalla terapia stessa e non doversi sentire peggio perché si cerca una via d'uscita alle proprie difficoltà del presente.
Le dosi sono piccole per scelta, non per limitazione.
Perché il sistema nervoso impara attraverso esperienze gestibili.
In tutto ciò, è sempre la persona a decidere quanto andare e quando fermarsi.
Questo non è un dettaglio: è parte centrale del lavoro.
Nelle esperienze traumatiche si sperimenta quasi sempre l'impotenza.
Restituire la possibilità di agire e scegliere è terapeutico in sé.
Cosa fare se se l'ansia peggiora?
Comincia con il cambiare la domanda.
Non chiedederti "perché il mio corpo reagisce così",
ma "cosa stava cercando di proteggere il sistema nervoso in quel momento?"
Riconoscere la reazione come un segnale di protezione e non come un fallimento non risolve nulla da solo, ma cambia il punto di partenza e apre la possibilità di un percorso diverso.
Se hai provato pratiche di rilassamento e hanno peggiorato le cose, non significa che il benessere non sia accessibile.
Significa che serve un punto di partenza diverso: un lavoro che costruisca prima le condizioni per stare con quello che c'è, senza forzare nulla prima che il sistema sia pronto.
La sicurezza autentica non si impone dall'esterno. Si costruisce dall'interno, in dosi che il sistema riesce a integrare.
Se ti stai chiedendo: ma allora come si fa?
Nel mio programma online non c'è nemmeno una pratica
che si fa distesi, senza muoversi e con gli occhi chiusi.
Se vuoi approfondire con un pdf gratuito, scarica una o tutte e due queste guide:
Perché entriamo in congelamento?


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