Viviamo in un periodo storico in cui i venti di guerra soffiano forti.
Gaza, Ucraina, Sudan ma anche attentati e sparatorie di massa ci arrivano ogni giorno sui telefoni, in televisione, nei discorsi quotidiani.
Non importa quale sia la nostra posizione politica: il corpo reagisce e assorbe.

Anche se non siamo sul campo, anche se abbiamo un tetto sulla testa e i pasti caldi sono garantiti, essere bombardati da immagini e racconti di sofferenza attiva in noi emozioni profonde.
Il nostro sistema nervoso non distingue tra “qui” e “là”: ma percepisce minaccia, dolore, ingiustizia.

Per alcuni l'effetto è chiaro ed evidente, per altri invece è strisciante e si insinua subdolamente nella nostra vita quotidiana, a volte come malessere a cui non sappiamo dare spiegazioni.

Quando la guerra entra in noi: emozioni e corpo

Essere esposti continuamente a notizie di violenza, distruzione di massa e traumi collettivi produce dentro di noi reazioni intense.

Può emergere:

  • Rabbia, se siamo particolarmente sensibili all’ingiustizia.
  • Tristezza, di fronte alla sofferenza fisica altrui.
  • Impotenza, perché sentiamo di non avere potere sugli eventi.
  • Senso di colpa, se ci sentiamo privilegiati rispetto a chi sta perdendo tutto.

Il corpo registra tutto questo.
 
Anche se proviamo a “tirare avanti” nella nostra vita normale, a volte ci colpisce la sensazione di vivere una vita “inutile o finta”.

"Non è necessario trovarsi nel fuoco per sentire il calore"

detto popolare

Trauma vicario: quando il dolore degli altri diventa anche il nostro

C’è un concetto chiave da conoscere: il trauma vicario.

Significa che anche chi assiste o viene costantemente esposto a racconti e immagini traumatiche può sviluppare sintomi da sindrome da stress post traumatico simili a quelli di chi ha vissuto l’evento in prima persona.

Giornalisti, operatori umanitari, terapeuti che lavorano in teatri di guerra lo conoscono bene, ma anche gli operatori nei nostri reparti di Pronto Soccorso sono esposti a questi rischi.

Oggi riguarda anche noi, come semplici spettatori digitali: scorrere feed pieni di bombardamenti, morti, ingiustizie non è indifferente per il nostro sistema nervoso.

Il rischio è di rimanere schiacciati da un accumulo di dolore ed emozioni forti che non è nostro (nel senso di individuale) ma che il corpo vive come reale.

Qual è il problema? 

Che per sopravvivere e non essere schiacciati tendiamo a dissociarci dal corpo per non sentire.
Mettiamo il silenziatore a quel fastidio nella pancia, a quella tristezza nel petto, al rospo in gola, perché dobbiamo andare avanti con le nostre vite.

Uno dei modi con cui lo facciamo è il bracing, cioè una sorta di corazza fatta di resistenza muscolare che ci aiuta a sostenerci.

Questa strategia porta con sé un prezzo che può essere di natura fisica, come una contrattura ai muscoli trapezi oppure emotiva, come sviluppare cinismo, distacco emotivo o senso di inutilità.

Due direzioni per proteggersi e rimanere presenti

La domanda è: cosa possiamo fare, concretamente, per non essere travolti?
Le strategie pratiche che posso suggerire sono principalmente due.

1. Agire: trasformare la tensione in movimento

Il corpo ha bisogno di movimento, soprattutto quando le emozioni sono forti. Restare fermi significa predisporci al congelamento: uno stato in cui né reagiamo né fuggiamo, ma restiamo bloccati.

Agire può voler dire:

  • muoversi fisicamente (camminare, cucinare, riordinare);

  • fare attività che portano energia e respiro;

  • partecipare ad azioni collettive in linea con i propri valori (manifestazioni, volontariato, iniziative di solidarietà).

Ho scritto una guida gratuita su congelamento in assenza di minaccia

2. Limitare l’esposizione alle notizie

Quando c'è un senso di allerta continua, è facile cadere nel tranello di non voler perdere nulla (la FOMO, fear of missing out).
Pensare che saremo continuamente informati e collegati ci dà un senso di sicurezza.
Purtroppo però allo stesso tempo alimenta un senso continuo di pericolo e allerta e quindi di iperattivazione del nostro sistema nervoso simpatico e degli ormoni dello stress.

Oggigiorno qualsiasi canale informativo ha un profilo social, questo significa decine di notifiche ogni giorno.

Ricordi il tempo in cui le notizie si trovavano SOLO la mattina in edicola e la sera al tg?
Tempi lontani in cui il nostro sistema nervoso era più tutelato.

«Non è un sovraccarico di informazioni, ma un fallimento dei filtri.»

Marshall McLuhan - Pionieri degli studi sui media

Anche oggi possiamo scegliere quanto e quando informarsi, fa parte della nostra agency.

Alcuni esempi pratici:

  • stabilire un orario preciso della giornata per leggere le notizie;
  • disattivare le notifiche push dai canali di informazione;
  • usare app che limitano il tempo di utilizzo dei social;
  • selezionare fonti affidabili invece di lasciarsi risucchiare dal flusso infinito.

Come rimanere nella finestra di tolleranza emotiva

Il nostro sistema nervoso ha una sorta di “zona ottimale” in cui riusciamo a gestire emozioni e pensieri senza sentirci sopraffatti. È chiamata finestra di tolleranza (in fondo un video sull'argomento)

Quando ci esponiamo troppo alle notizie o restiamo immobili nella tensione, rischiamo di uscirne:

  • in iperattivazione (ansia, agitazione, rabbia esplosiva),
  • o in ipoattivazione (apatia, vuoto, distacco).

Agire e limitare l’esposizione sono due strumenti che ci aiutano a restare dentro questa finestra, presenti nel corpo senza disconnetterci.

Conclusione: Abitare il corpo come atto di resistenza

Tornare al corpo: la nostra unica casa

Alla fine, tutto ci deve riportare lì: abitare di nuovo il corpo.
Il corpo non è un accessorio che “abbiamo”, ma il luogo che siamo:

  • qui sentiamo,
  • qui prendiamo decisioni,
  • qui costruiamo relazioni.

Quando siamo connessi al corpo:

  • attraversiamo le emozioni invece di esserne travolti;
  • trasformiamo la rabbia e la tristezza in movimento vivo;
  • ritroviamo il contatto con la vita, nonostante tutto.

In una società che promuove la disconnessione e l'isolamento, tornare al corpo non è un lusso né un vezzo: è un atto di resistenza quotidiana.

Per approfondire: La finestra di tolleranza spiegata semplice