
il corridore Tarahumara Arnolfo Quimare a fianco dell'ultramaratoneta statunitense Scott Jurek
Articolo aggiornato*
Il libro "Nati per correre" ha fatto scoprire al mondo (e anche a me) questa piccola tribù messicana Raramuri o Tarahumara che corre distanze per noi considerate incredibili e ha reso famose le ultramaratone, gare di corse ai limiti della resistenza umana.
Cresciuta in una famiglia appassionata di maratone, triathlon e gare estreme, ho sempre guardato con ammirazione alle imprese sportive oltre i limiti umani.
Tuttavia, una prima esperienza come fisioterapista volontaria alla Maratona di Roma anni fa, mi ha fatto vedere le cose in modo un po' diverso e meno trionfante.
Ciò che sorprende nei Tarahumara non è solo la resistenza fisica: corrono tutti, uomini, donne, bambini, spesso con sandali minimali, senza che la corsa sia una questione di prestazioni o competizione. Per loro, correre è naturale e, per quanto ne so, raramente si ammalano.
Sovrallenamento negli sport di resistenza
Dall’altra parte, nel mondo occidentale, esiste un fenomeno opposto: la sindrome da sovrallenamento nella corsa (Overtraining Syndrome, OTS).
Una condizione poco conosciuta in Italia (al momento di questo articolo), ma che colpisce gran parte degli ultramaratoneti e, in maniera meno evidente, molti altri atleti di alto livello.
I sintomi della Sindrome da eccesso di allenamento
I sintomi sono preoccupanti, improvvisamente l'atleta non riesce più a "fare i tempi" che era solito fare, accusa sintomi di tipo neurologico, ormonale e immunitario.
Non è raro che un ultramaratoneta contragga infezioni polmonari entro due settimane dalla fine di una gara.
I rischi del fai da te nel piano di allenamento
Molti ultramaratoneti iniziano come amatori, allenandosi da soli dopo il normale lavoro dal lunedì al venerdì.
E raramente sono seguiti da costosi staff di professionisti.
Appena sospettano una diminuzione delle prestazioni, si sottopongono a carichi di lavoro crescenti, con lo scopo di portare l'organismo "oltre i limiti".
Con la folle convinzione che è sempre possibile andare oltre, basta sforzarsi.
Oltre a fattori fisici, esistono aspetti psicologici: resistenza al dolore, motivazione estrema e un’identità centrata sullo sport rendono difficile ascoltare i segnali di stanchezza del corpo.
La cultura contemporanea amplifica questo problema, convincendoci che fermarsi sia da deboli e ricompensando chi non si ferma mai.
Esperienza reale: Mike Wolf alla Transvulcania
Mike Wolf, ultramaratoneta esperto, racconta la sua esperienza in un articolo su Outside Online:

Per metà gara ero con i primi, finchè ho cominciato a rallentare, non erano crampi o mal di stomaco, non era che non potevo mangiare. Era come se il corpo ad un certo punto avesse chiuso bottega, come se mi stesse dicendo, non puoi correre così forte, non ti permetterò di andare avanti.
Quando il corpo decide che basta, fa proprio così, chiude bottega e non ti permette di andare avanti.
Mike ha finito tredicesimo e ha dovuto intraprendere un lungo percorso per ottenere una diagnosi.
La sindrome da eccesso di allenamento
La sindrome da eccesso di allenamento arriva quando l'organismo non gode del "meritato" riposo.
Si viene a stabilire un disequilibrio tra sistema simpatico e parasimpatico, la risposta adattativa dell'organismo allo stress non c'è più e si instaura un circolo vizioso, il sistema simpatico, quello che ci tiene in allerta e pronti a combattere (a correre in questo caso) è sempre ACCESO!
La diagnosi di Mike oggi probabilmente sarebbe Adrenal Fatigue
Cioè esaurimento delle ghiandole surrenali che sono le prime a soffrire
Alla lunga si esauriscono e smettono di produrre adrenalina e cortisolo, i temutissimi (ma molto utili) ormoni dello stress.
Comincia allora la stanchezza cronica e tutti i sintomi correlati.
Poiché il sistema nervoso è strettamente collegato a quello immunitario, comincia a diminuire la resistenza alle malattie, anche un semplice graffio tarda a guarire.
Il sistema parasimpatico, quello che regola digestione, sonno, funzione sessuale, recupero/guarigione e che regola i livelli di infiammazione dell’organismo non ha più l’occasione di funzionare.
L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che collega il sistema nervoso con quello ormonale e immunitario comincia ad essere disregolato.
Per chi conosce il linguaggio del sistema nervoso, cioè il sistema che governa tutti gli altri sistemi è facile collegare questi sintomi ad una disregolazione tra sistema simpatico e parasimpatico.
Un adeguato recupero muscolare e mentale è essenziale: il sistema parasimpatico regola digestione, sonno, sessualità e riparazione dei tessuti. Se non funziona correttamente, tutti gli altri sistemi del corpo ne risentono.
Il nostro sistema corpo-mente-spirito ha grandissime possibilità di migliorare le prestazioni e rispondere a livelli di stress crescenti e carico di lavoro crescente, ma solo se a periodi di lavoro si alternano periodi di riposo.
Non siamo tutti ultramaratoneti della vita quotidiana?
La vita moderna ci spinge a comportarci come ultramaratoneti: carichi di lavoro costanti, stimoli continui e scarsa attenzione al riposo. I sintomi dello stress cronico e quelli della sindrome da sovrallenamento sono simili: livelli elevati di cortisolo, affaticamento, difficoltà a recuperare.
Infatti le due condizioni hanno in comune alti livelli di cortisolo, l'ormone dello stress, utilissimo per la nostra sopravvivenza nelle giungle d'asfalto e nelle maratone lunedì-venerdì, deleterio se prodotto in continuazione e in eccesso.
Anche noi, nel quotidiano, abbiamo bisogno di pause intelligenti per ricaricare energie e mantenere alte le prestazioni, proprio come gli atleti dopo una gara.
Pause e recupero
La prima cosa da fare.
Le pause non sono segno di debolezza. Sono momenti per riorganizzare corpo e mente, assorbire informazioni e ricaricare energia.
Solo alternando lavoro e riposo possiamo migliorare le prestazioni, aumentare la resilienza e prevenire il sovrallenamento o lo stress lavoro-correlato.
Prestazioni migliori, meno stress e una vita più sostenibile sono possibili, se ascoltiamo i segnali del nostro sistema nervoso.
Conclusione
Il corpo umano è progettato per correre, ma il nostro sistema nervoso e muscolare ha bisogno di cicli di stress e recupero per adattarsi.
Ignorare questo principio porta a infortuni, cali di performance e frustrazione.
Ma soprattutto potrebbe portare a una pericolosa disregolazione del sistema nervoso.
Se hai mai sperimentato un momento in cui la testa dice “vai” ma il corpo comincia a dire “basta”. Ascoltalo!
Non è pigrizia, è biologia.
Imparare a riconoscere quei segnali è l’arma segreta per correre più a lungo, più forte e, cosa più importante, con più piacere.
Leggeri come i Raramuri.
*questo articolo è stato scritto nel 2017, in Italia si sapeva poco di adrenal fatigue e sregolazione del sistema nervoso autonomo e ancora meno di questa sindrome.
Dopo il Covid, c'è molta più consapevolezza su questi temi e molta più attenzione al corpo e alla salute mentale degli atleti.
L'articolo è stato aggiornato nel 2025, migliorando lunghezza e leggibilità perché ancora tremendamente attuale.
Vuoi sperimentare un metodo completamente controintuitivo per correre meglio?
Vai alla mia pagina risorse e scarica una lezione di Feldenkrais, clicca sulla foto
Altri articoli dedicati ai runner
Vincere sottraendo. Cosa possiamo imparare da Filippo Tortu| Lettura 4 minuti |
Sicuramente avete sentito la notizia al TG, Filippo Tortu è il primo [...]
Correre senza mal di schiena| Lettura 4 minuti |
Il mal di schiena è uno dei primi motivi di ricorso al [...]

Buongiorno Caterina, articolo molto interessante, volevo sapere, dalla Sua esperienza, se ne ha avuta, come se ne esce da questa situazione?
Grazie
Franca
Cara Franca,
se ne esce come viene suggerito nell’articolo educando il sistema nervoso ad autoregolarsi, questo significa soprattutto rispettare i cicli di attività e di riposo del nostro sistema.
Dopodiché, ogni caso è a sé e bisogna fare una valutazione dei sintomi, a carico di quale sistema si manifestano e con quale intensità. Poi si può decidere l’intervento.
Non ho esperienza diretta con gli ultramaratoneti perché oltre ad essere un numero statisticamente ridotto di atleti, a causa del loro particolare profilo psicologico e notevole resistenza al dolore, raramente si rivolgono ad un metodo che “non li fa soffrire” e raramente accettano di diminuire i loro carichi di allenamento o prendersi un periodo di riposo.
Come se questo non bastasse, se prensentano un quadro di sintomi riferibili alla sindrome da sovrallenamento, di solito approdano dal medico accusando disturbi generici che non collegano alla loro attività fisica, perdendo così, purtroppo, opportunità terapeutiche. Spero di aver risposto alla sua domanda, in caso non esiti a ri-contattarmi.
Buongiorno Caterina, prima di tutto grazie per la risposta, per quanto mi riguarda non sono un’ultra maratoneta ma corro da quasi 13 anni senza quasi periodi di sosta; lo sport mi ha fatto stare bene solo durante il primo anno poi sono iniziate le emicranie dopo ogni gara e, purtroppo l’entusiasmo era tanto e le gare altrettanto e non ho mai dato retta ai segnali del mio corpo. Probabilmente non ho rispettato nel tempo il bisogno di riposo. Soprattutto quest’anno mi sento molto stanca, specie al mattino, questa situazione è iniziata ad aprile con il cambio dell’ora e non sono riuscita a trovare un assestamento. Riesco ad alzarmi, diciamo che non mi sento depressa, ma l’energia si esaurisce presto intorno a metà mattina. Ho ridotto gli allenamenti sia come uscite settimanali che come km, tanto le prestazioni nel tempo sono andate costantemente peggiorando. A luglio ho fatto gli esami della tiroide e sono risultati nella norma. Mentre da una BIA fatta a settembre 2018 risultava ritenzione di liquidi extracellulare, quindi catabolismo muscolare, quindi presumo troppo cortisolo. Adesso pensavo ad un periodo di rigenerazione con pochi km fino a quando le sensazioni non migliorano e le emicranie non si diradano e poi provo a riprendere con gli allenamenti ma con un atteggiamento più mirato alla salute che al risultato agonistico.
Spero di essere stata chiara nell’esposizione dei fatti, magari di averLe dato materiale di riflessione per i Suoi articoli e se così non fosse, comunque grazie per avermi dato la Sua opinione. Franca
Cara Franca, grazie per aver condiviso la sua storia. Credo che lei sia sulla strada giusta, ma le raccomando di continuare con gli accertamenti per arrivare a stabilire una diagnosi il più precisa possibile.