Perché faccio Feldenkrais e non Yoga | Caterina Marzoli

Il primo  post  di un'ospite è di Ilona Fried, scrittrice americana, blogger e futura collega Feldenkrais.  
E' il racconto di un viaggio per trovare sollievo dal dolore, uscire da abitudini e credenze, e in qualche modo essere più se' stessi. Non è un articolo contro lo yoga, ma solo il racconto di un'esperienza personale che mi risuona molto.
 Anche per me, infatti, certe posizioni yoga sono - paradossalmente - diventate possibili solo con il Feldenkrais.  Questo  articolo è  è stato pubblicato in lingua inglese sulla rivista di Yoga Elephant Journal (il link originale e i contatti di Ilona a pie' di pagina).

Alla fine c'è un esercizio ​guidato dalla mia voce che puoi fare a casa.

Perché faccio Feldenkrais e non yoga

di Ilona Fried 

Quando provavo ad essere uno yogi, non ero me stessa


Non intendevo smettere di fare yoga.

Avevo praticato yoga piuttosto regolarmente per più di dieci anni, cominciando con ashtanga, poi ero passata al Power Yoga di Baron Baptiste (a Denver), prima di migrare al Forrest Yoga (sempre a Denver) dove finalmente e gioiosamente conquistai una verticale sulle mani.
Ma un infortunio alla gamba e al piede capitato mentre stavo completando il Cammino di Santiago nell'autunno del 2012 aveva reso molte delle posizioni in piedi dello yoga dolorose se non impossibili.

La mia ricerca di sollievo, mi aveva condotto da un podologo, due fisioterapisti, un esperto di massaggio profondo e un Rolfer. Nonostante i trattamenti di agopuntura e tre paia di plantari, il mio infortunio mostrava pochi segni di guarigione.
Non potevo stare molto in piedi, punto.
Per non parlare di camminare, danzare o fare yoga, attività che avevano sostentuto il mio spirito  e mi avevano trattenuto dallo scivolare nella depressione. Mi iscrissi a nuoto e facendo le vasche regolarmente, sviluppai un'allergia al cloro.

Quell'estate affittai una stanza a Boulder in Colorado, per poter nuotare nel lago artificiale. Ma non era abbastanza per tenere a galla il mio spirito. Quando mi trovai per caso e zoppicante in una lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais, ero disperata. L'annuncio su Facebook diceva che la lezione prevedeva movimenti lenti e gentili.

Quelli che potevo fare, anche se desideravo ardentemente quelli ampi e vigorosi.

In quella prima lezione, una manciata di persone, in abiti di tutti i giorni, stavano stese sul pavimento su delle coperte blu. L'insegnante ci guidava attraverso una serie di movimenti lenti e mollemente ripetitivi, senza uno scopo evidente.
Ci diceva di andare ancora più lentamente e ci raccomandava di non avvicinarci alla nostra massima ampiezza.
Poi ci disse di riposare.

Dentro la mia testa una scimmia impazzita urlava: "Riposare? Ci siamo a malapena mossi!
Non abbiamo nemmeno sudato. Questa roba è noiosa. Roba per vecchi. Non ha senso! Quando finirà?"

Dopo aver sopportato 45 minuti di movimenti lenti che avevano il sapore della tortura autoinflitta, ho sentito la voce dell'insegnante che ci invitava ad alzarci e a sentire le differenze.
Con mia grande meraviglia, mi sentivo rinfrescata ed estremamente presente, come se qualcuno avesse spinto il pulsante "riavvia" del mio sistema nervoso.

Se ne erano andate l'ansia e la disperazione che avevo provato meno di un'ora prima. E anche se le circostanze della mia vita erano le stesse e la mia gamba mi faceva ancora male. Ero cambiata, in un modo che non potevo ancora comprendere, figuriamoci spiegare.

 Il cambiamento nella mia percezione di me stessa  era più profondo di quanto avessi mai sperimentato nello yoga, nonostante anni di pratica. Il mio infortunio alla gamba, che aveva dominato il mio orizzonte emotivo per mesi, improvvisamente era finito sullo sfondo. Sapevo che sarei stata bene anche se non avrei più conquistato la cima di una montagna.

Ogni volta che andavo a lezione, sperimentavo la magia. Non mi arrabbiavo più con questi movimenti che sembravano privi di stile, eleganza e senso, ma apprezzavo il fatto che mi aiutavano a fare estrema attenzione a me stessa.


Cominciai a leggere i libri di Feldenkrais, il fisico ingegnere ebreo e maestro di judo che ha sviluppato questo metodo nel tentativo di guarire una disabilitante lesione al ginocchio. Diventai più affascinata che frustrata dai meccanismi  del mio infortunio e cominciai a vedere il mio dolore cronico ma intermittente all'anca - per il quale una volta trovai sollievo temporaneo nella posizione yoga del piccione - come un enigma da risolvere, un codice da indovinare, piuttosto che continuare a credere quello che molti insegnanti yoga mi avevano detto e cioè  che  la sofferenza si accumula nelle anche.

Più praticavo Feldenkrais, più ne apprezzavo le premesse. In una società abituata a movimenti veloci, sensuali e dinamici, il Metodo Fedlenkrais è sconcertante.
Ma l'idea dietro movimenti piccoli e a volte impercettibili è semplice, muoversi lentamente in una ampiezza limitata e con consapevolezza, aiuta il cervello a comprendere le differenze, così può scegliere la via più facile.
Il cervello, come un intenditore di vino, assaggia piccole quantità per sentire le differenze e ha bisogno di pause periodiche per integrare le nuove informazioni.

Dal punto di vista del cervello, i movimenti veloci o con troppo sforzo sono un po' come ubriacarsi, all'inizio fa sentire bene, ma, difficilmente porterà ad un migliore funzionamento.


Più mi immergevo nel Feldenkrais, più ne apprezzavo la cultura senza fronzoli. Il fatto che gli studenti spesso indossino indumenti normali, era un immenso sollievo dal look griffato  che si era infiltrato nel mondo dello yoga.
Il fatto che non spargessi una goccia di sudore significava che potevo andare a lezione senza farmi una doccia dopo, semplificando tutta la logistica.

Non c'erano pose, solo suggerimenti di movimento che mi permettevano di trovare la mia via alle cose, senza paragonarmi ad altri o essere corretta. Il fatto che la lezione di Feldenkrais mancasse della ronzante atmosfera di molti luoghi di pratica dello yoga, mi faceva sentire, io altamente introversa, molto più a mio agio.

Mi è piaciuto così tanto il Feldenkrais che mi sono iscritta al corso di formazione  per approfondire la mia consapevolezza somatica. Ci vorranno anni per ottenere il diploma, ma dopo sole 11 settimane di training in nove mesi, ecco una breve lista di cosa ho osservato  mentre distesa sulla schiena, seduta o rotolando sul pavimento esploravo il movimento lento:
 

  • il mio dolore al fianco si è quasi completamente risolto, centinaia di pose del piccione non ci sono andate nemmeno vicino
  • le mie vertebre si allineano una sull'altra facilmente e senza sforzo quando medito senza nessuno bisogno di correggere la mia postura
  • il mio respiro è notevolmente più profondo e rilassato
  • il mio corpo si muove con una leggerezza nuova e con una facilità che ha del miracoloso.


Poiché il Feldenkrais rende tutti i movimenti più facili, che si tratti di alzarsi da una sedia, di  montare a cavallo o di fare chaturanga, molte posizioni yoga sono molto più accessibili per me oggi, di quando cercavo di essere uno yogi.

E quello, ora lo so, era precisamente il problema: quando facevo yoga, cercavo di essere qualcuno che non ero. Con il Feldenkrais, mi sento più me stessa e più in contatto con il mondo.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sulla rivista di Yoga online Elephant Journal, tradotto e pubblicato qui con il consenso dell'autrice.
http://www.elephantjournal.com/2015/02/why-i-do-feldenkrais-instead-of-yoga/

 Ilona Fried

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Scrittrice, blogger, viaggiatrice, insegnante in formazione ed entusiasta del Metodo Feldenkrais, Ilona ha un blog e scrive regolarmente per The Huffington PostHevria e The Wisdom Daily. Il suo blog è alacartespirit


​Sciogliere le anche, come accennato nella storia di Ilona,​ è diventata una costante ossessiva in alcune pratiche​. Specialmente sull'ileo-psoas un muscolo profondo e dalle funzioni complesse, si scatena tutta la fantasia della rete. L'ileo-psoas sarebbe il colpevole di tutti i mal di schiena e di tutte le rigidità, comprese quelle psico-somatiche. Un po' troppa responsabilità per un muscolo solo. In questa lezione propongo una sequenza originale per rilasciare le anche e detendere l'ileo-psoas. ​E' una lezione che non risulta facile a tutti, falla con tranquillità e non spingere dove non riesci. Se ti è piaciuta, oppure hai riscontrato delle difficoltà, fammelo sapere.

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