Quando l’unica cosa che resiste è il mal di schiena | Caterina Marzoli

​Quando l'unica cosa che resiste è il mal di schiena!

​Aggiornamento

​Sono da poco uscite le nuove linee guida americane ed europee del mal di schiena (inizio 2018). Il senso dell'articolo rimane lo stesso ma riassumo in maniera schematica le conclusioni, perchè credo che sia un utile promemoria.
Ricordando che ogni ​persona è unic​a ​ e ​quindi anche il suo mal di schiena,

​​il miglior approccio al momento per il mal di schiena lombare aspecifico è il seguente:

  • check
    ​Movimento
  • check
    Colloquio educativo
  • check
    ​Supporto psicologico
  • ​riposo
  • ​chirurgia
  • ​oppiodi
  • ​risonanza magnetica
  • ​manipolazioni vertebrali (solo sollievo a breve termine)

​Se siete in​ un programma terapeutico per il mal di schiena​ o pensate di cominciarne uno a breve, è utile una riflessione su cosa vi è stato proposto.

​Il mal di schiena spesso, di per sé,  non è una cosa grave, ma nonostante questo ​a volte  non passa.  Nonostante tutto l’impegno, la buona volontà e i soldi spesi.
Abbiamo fatto i bravi: visita dal medico di famiglia, che ci ha mandato dallo specialista, che ci ha prescritto degli  esami, ritorno dallo specialista, terapia consigliata che prevedeva un misto di:

​33%

Fisioterapia, manipolazioni vertebrali, massaggi, mobilizzazioni, ginnastica posturale​

​33%

Macchinari: tecar, tens, ultrasuoni, marconiterapia, magnetoterapia, etc, etc.

​33%

​Farmaci: antiinfiammatori, miorilassanti.

​Come in tutte le ricette, la proporzione ​può variare. ​
Magari hai anche avuto dei miglioramenti ma lievi rispett​o al problema. Oppure non li hai avuti affatto.

Se invece, li hai avuti, ottimo! Dico, davvero, ottimo!!!  Probabilmente  questo articolo non fa per te.

​​Come mai non passa?

​Innanzitutto, dietro il mal di schiena ci sono più di 800 cause note e ancora di più rimedi, alcuni validi altri no.

Ho trattato più nei dettagli questa questione nella mia ​guida, se ti interessa leggerla, puoi scaricarla compilando il modulo qui a lato.

Ricapitolando: almeno 800 cause!!!
Quindi già in partenza inquadrare la diagnosi può essere un percorso difficile, lungo e costoso, spesso ci si stanca prima.

Ma quando il mal di schiena non sembra avere cause note, chiare e specifiche, (avere un paio di protrusioni e un pochino di scoliosi non vale, ce li abbiamo tutti) e il dolore non se ne va, si ​finisce un tunnel di pessimismo e disperazione.

Il dolore comincia a infiltrarsi subdolamente nella vita quotidiana, influisce sulle nostre abitudini, limita la nostra socialità, il nostro rendimento sul lavoro, diminuisce la nostra vitalità e gioia di vivere. Il dolore diventa un’abitudine e non ci ricordiamo più com’era la vita senza.

​Alcune ragioni per cui il dolore non se ne va:

1

​La colpa è dei muscoli
​(non è vero)

Quando abbiamo mal di schiena, di solito ​ sono i muscoli che danno l’allarme. I muscoli si contraggono a proteggere “qualcosa”… a forza di contrarsi, si accorciano​ e si induriscono. ​
Deboli, rigidi, inefficaci. Questa la terminologia utilizzata, quasi a colpevolizzare i muscoli e il proprietario o proprietaria.  E quindi il modo più ovvio di uscirne sembra essere:

                                                       Lavorare sui muscol​i!

Ma il muscolo è ​il piccolo soldatino che esegue gli ordini del sistema nervoso centrale. Il movimento nasce e viene organizzato nel sistema nervoso, nel cervello.
Il muscolo è solo l’ultima pedina della catena di comando (e infatti tecnicamente viene chiamato anche organo effettore)

Lavorare sul muscolo può essere utile se c’è stato una lesione direttamente lì e quindi le fibre si sono effettivamente rotte o hanno subito un insulto, causato da un bisturi, per esempio o da un impatto traumatico.

Il muscolo è solo un​a de​lle componenti del movimento. Perché non affrontare ​anche il resto?
Perché ​ non ci preoccupiamo ​ di “sistemare” tutte le componenti del movimento?

Possiamo ​ fare​ tutto ai nostri muscoli, ma se non cambiamo le relazioni tra mente e corpo, se non ottimizziamo il movimento nelle sue componenti di coordinazione, direzioni nello spazio, sequenza di attivazione, ​ ​ forza impiegata (e sforzo)​, ​

allora dal punto di vista funzionale non cambierà molto.

​Oggigiorno ci sono  professionisti che ​ utilizzan​o tecniche ​molto raffinate per allungare, rilassare e rinforzare i  muscol​i​.
​Ma se lo schema di funzionamento che ci ha portato al dolore non viene cambiato, magari perché sta lì a proteggere part​i molto antiche e importanti di noi.... ​tutti i ​ vantaggi  saranno persi in fretta.



​2

​Comportasi bene in società 
ovvero 
il prezzo delle regole

​Ogni volta che chiedo a un mio studente di “stare in piedi” per fare una valutazione, quasi sempre, quasi tutti, irrigidiscono la schiena, uniscono i piedi, tirano indietro le spalle, la naturale e immediata conseguenza  è che non respirano più…
Quando invito le  signore a sedersi, specialmente se abituate a portare le gonne o se educate in collegio qualche tempo fa, tengono le gambe chiuse e stanno dritte come un fuso… e la naturale e immediata conseguenza è che non respirano più….

A quel punto,  invece di trovare il sostegno ideale nella colonna, stare dritti diventa una sfida da condurre in apnea e con tutti i muscoli contratti!

E siccome il respiro è l’altra faccia della medaglia della schiena (pensaci, il respiro avviene nel davanti del tronco e la schiena è dietro), è piuttosto naturale che abbiano mal di schiena.

Sono certa ​tutti noi potremmo aggiugnere qualcosa alla lista: i libri sotto le ascelle a tavola, non appoggiare i gomiti sulla tavola, tieni le spalle sù, non sederti per terra, non correre che sudi, non saltare nella pozzanghera che ti sporchi etc. etc.

Ogni cultura ha le sue regole per la “decenza” e ogni piccolo essere umano viene sottoposto a questo apprendimento condizionante  che, benché utile a farci diventare membri di una comunità,  a volte può essere molto aggressivo e inutilmente severo.

Alcune di queste regole hanno o hanno avuto la loro utilità, ma ora che siamo adulti possiamo decidere da soli quali sono utili per noi e quali no e decidere di liberarci da alcuni di questi condizionamenti.
Come?
Recuperando le nostre naturali abilità, quelle che abbiamo già!
Hai mai pensato che hai imparato a camminare da solo in circa due anni? 

​A quel tempo nessuno si aspettava grandi cose da te e nessuno ti diceva cosa fare. ​Ma tu hai fatto migliaia e migliaia di movimenti preparatori, alcuni funzionavano altri no, finché non ti sei mess​a o messo in piedi e hai cominciato a provare a spostare il tuo peso, centinaia di volte, cadendo e sbattendo il sedere centinaia di volte, finché non sei riuscit​a/o a mettere il peso su un piede e portare avanti l’altro. Poi dopo altri centinaia e centinaia di tentativi e cadute, ​finalmente la cosa funzionava! ​
C’è voluto un altro po’ per farla diventare automatica e altro tempo per correre e saltare bene. Ma lo hai fatto tutto da sol​a/o, procedendo per tentativi, sentendo cosa funzionava per te e cosa non funzionava. Eri pien​a​ o pieno di curiosità, voglia di provare ed eri molto soddisfatta/o quando facevi un movimento piacevole, funzionale e senza sforzo.

Queste capacità di sentire cosa è bene per te e cosa no, questa curiosità e voglia di esplorare l’ambiente esterno ce le hai ancora e le puoi utilizzare come guida per trovare il tuo movimento efficace.

3

​Reazione difensiva allo stress

Ogni volta che chiedo a un mio studente di “stare in piedi” per fare una valutazione, quasi sempre, quasi tutti, irrigidiscono la schiena, uniscono i piedi, tirano indietro le spalle, la naturale e immediata conseguenza  è che non respirano più…
Quando invito le  signore a sedersi, specialmente se abituate a portare le gonne o se educate in collegio, tengono le gambe chiuse e stanno dritte come un fuso… e la naturale e immediata conseguenza è che non respirano più….

E siccome il respiro è l’altra faccia della medaglia della schiena (pensaci, il respiro avviene nel davanti del tronco e la schiena è dietro), è piuttosto naturale che abbiano mal di schiena.

Sono certa che questi esempi ti ricordano qualcosa e magari ne avresti altri da aggiungere: i libri sotto le ascelle a tavola, non appoggiare i gomiti sulla tavola, tieni le spalle sù, non sederti per terra, non correre che sudi, non saltare nella pozzanghera che ti sporchi etc. etc.

Ogni cultura ha le sue regole per la “decenza” e ogni piccolo essere umano viene sottoposto a questo apprendimento condizionante  che, benché utile a farci diventare membri di una comunità,  a volte può essere molto aggressivo e inutilmente severo.

Alcune di queste regole hanno o hanno avuto la loro utilità, ma ora che siamo adulti possiamo decidere da soli quali sono utili per noi e quali no e decidere di liberarci da alcuni di questi condizionamenti.
Come?
Tornare ai movimenti del bambino.
Hai mai pensato che hai imparato a camminare da solo in circa due anni?  Nessuno te lo ha insegnato, ma hai fatto migliaia e migliaia di movimenti preparatori, alcuni funzionava altri no, finché non ti sei messo in piedi e hai cominciato a provare a spostare il tuo peso, centinaia di volte, cadendo e sbattendo il sedere centinaia di volte, finché non sei riuscito a mettere il peso su un piede e portare avanti l’altro. Poi dopo altri centinaia e centinaia di tentativi e cadute, sei riuscito a fare funzionare la cosa e ha fare una sequenza di passi.
C’è voluto un altro po’ per farla diventare automatica e altro tempo per correre e saltare bene. Ma lo hai fatto tutto da solo, procedendo per tentativi, sentendo cosa funzionava per te e cosa non funzionava. Eri pieno di curiosità, voglia di provare ed eri molto soddisfatto quando facevi un movimento piacevole, funzionale e senza sforzo.

Queste capacità d sentire cosa è bene per te e cosa no, questa curiosità e voglia di esplorare l’ambiente esterno ce le hai ancora e le puoi utilizzare come guida per trovare il tuo movimento efficace.

Perché alcun​e ​persone migliorano e altri no? ​Anche quando noi professionsti sappiamo di aver fatto un buon lavoro!
E’ precisamente questo motivo, in effetti, che mi ha portato a studiare l'importanza del nervo vago, del sistema nervoso autonomo e  la teoria polivagale.


Quando è così, ​ un colloquio un po’ approfondito fa emergere situazioni di stress cronico.
Superlavoro, una persona cara malata, divorzio in arrivo, ​licenziamento, addirittura mobbing e la lista potrebbe continuare a lungo.


Quasi sempre ci sono anche dei sintomi fisici o psicofisici, una cattiva digestione, pessimo sonno, intestino in disordine, influenze continue….

​L'organismo ​potrebbe trovarsi bloccato in una reazione allo stress che da difensiva e fisiologica si è trasformata in cronica e patologica.

Di fronte a uno stress, un​ incidente, un​a​ procedura medica invasiva, una litigata con il partner, un confronto con un collega poco simpatico, il nostro organismo si mobilita per attaccare o fuggire, i muscoli si contraggono e sono pronti a scattare ma se non riusciamo a portare a termine l’azione di difesa, che magari consiste anche solo nel rispondere e dire le proprie ragioni, questa reazione rimane “bloccata” e se pensiamo che non ci sia via d’uscita entriamo in una specie di  stato di morte simulata (si chiama immobilità tonica). In cui seppur coscienti e funzionanti, ci scolleghiamo da quello che sta succedendo perché ci fa stare male (fisicamente, psicologicamente o moralmente).

Nei mammiferi si chiama tanatosi, morte simulata, il suo scopo è un'estrema strategia di difesa, sperare che il predatore (magari il capoufficio) perda interesse e si distragga, ma anche non sentire il dolore.
Ora non è che noi esseri umani ci fingiamo morti di fronti al capoufficio in perfetto stile Fantozzi,  però cominciamo a chiuderci e a scollegarci per sentire meno male.


Se la strategia è stata efficace, il nostro sistema tenderà a ripeterla. 

Se lo stress non è molto intenso, ma una goccia continua che scava la roccia,  questa risposta da fisiologica e temporanea, diventa cronica ma, subdola e scarsamente visibile.
In uno stato di chiusura, associato a paura o a sensazione di difesa permanente dal mondo esterno, è facile che i muscoli rimangano contratti e si assumano schemi muscolari difensivi - quello che Feldenkrais chiamava schema corporeo dell’ansia, cioè una più o meno marcata flessione in avanti.  Ma in realtà lo schema è molto personale e potrebbe presentarsi in molte varianti. 

I flessori, infatti sono i muscoli, che ci permettono di assumere la posizione fetale, quella di massima chiusura e massima difesa. In alcune persone possono essere perennemente attivati.
In più, in questo orizzonte emotivo, ci sarebbe associato basso ossigeno e basso metabolismo, diminuisce quindi la voglia di muoversi, dando magari a quei muscoli la chance di cambiare schema…

Lentamente, si comincia a limitare le proprie attività, a trovare scuse per rimanere a casa, a rifiutare inviti e si entra in uno stato di letargica sopravvivenza dove tutto diventa faticoso e penoso.
​E' un pericoloso circolo vizioso, dove l'inattività - mascherata da "mi serve riposo" - alimenta altra inattività.


Quando cominciamo a “non sentire” per difesa, cominciamo anche a non sentire la nostra posizione nello spazio, e quindi dove siamo.
Ci può essere una tendenza a
- inciampare, cadere,
- subire infortuni stradali o  domestici per sbadataggine  o calo di attenzione,
-  non sentire se sta arrivando il mal di schiena o il torcicollo.
Facciamo fatica a concentrarci, troviamo faticoso coltivare e nutrire amicizie e relazioni sociali.

Se sei consapevole di essere vittima di stress cronico, o di aver subito un trauma o incidente, è possibile riportare il sistema nervoso al suo funzionamento ottimale.
Come? Dipende dalla situazione di ognuno. Ma l'approccio dovrà essere ​multidimensionale e integrato (cioè affrontare le cose da più punti di vista) magari da un team di professionisti.
Potrebbe esserci bisogno del nutrizionista oppure dello psicologo o un terapista somatico, insomma un approccio integrato corpo-mente.

​In ogni caso sarà una buona idea:

1.  imparare a modulare le reazioni del sistema nervoso, potrebbe essere sufficiente applicare delle semplici tecniche  ed esercizi di neuromodulazione basati sulla fisiologia del sistema nervoso;
2. riappropriarti della connessione con il tuo corpo e la tua fisicità, attraverso un modo che non sia forzato ne' estremo;
3. coltivare le relazioni sociali, sono parte dell'esperienza vitale di ogni essere umano, le persone con relazioni sociali forti sono più sane e meno predisposte ad ammalarsi. Si chiama effetto Roseto.

​Vuoi approfondire il tema dello stress cronico e avere un'idea di come può essere un esercizio di neuromodulazione? Vai a questo articolo!

E’ particolarmente frustrante per me, e per qualsiasi collega, sapere di aver fatto un buon lavoro, ma vedere tornare la persona alla seduta seguente nelle stesse condizioni o addirittura peggiore.
E’ precisamente questo motivo, in effetti, che mi ha portato a studiare la teoria polivagale.
Perché alcuni pazienti migliorano e altri no?
A tutti capita di non dare il meglio sul lavoro, ma quando sai di averlo fatto e i conti non tornano… beh… non ci stai!


Quando è così, per fortuna non troppo spesso, un colloquio un po’ approfondito fa emergere situazioni di stress cronico.
Superlavoro, una persona cara malata, divorzio in arrivo, precarietà finanziaria, addirittura mobbing, solo per citarne alcuni.


Quasi sempre ci sono anche dei sintomi fisici, una cattiva digestione, pessimo sonno, intestino in disordine, influenze continue per esempio….

Di solito significa che l’organismo è bloccato in una reazione allo stress che da difensiva e fisiologica si è trasformata in cronica e patologica.

Di fronte a uno stress, una caduta, una litigata con il partner, un confronto con un collega poco simpatico, il nostro organismo si mobilita per attaccare o fuggire, ma se non riusciamo a portare a termine l’azione di difesa, che magari consiste anche solo nel rispondere e dire le proprie ragioni, questa reazione rimane “bloccata” e se pensiamo che non ci sia via d’uscita entriamo in una specie di  stato di morte simulata (si chiama immobilità tonica). In cui seppur coscienti, ci scolleghiamo da quello che sta succedendo perché ci fa stare male (fisicamente, psicologicamente o moralmente)
Ora non è che noi esseri umani ci fingiamo morti di fronti al capoufficio in perfetto stile Fantozzi,  però cominciamo a chiuderci e a scollegarci per sentire meno male.
Se il nostro sistema l’ha percepita come una strategia efficace tenderà a ripeterla.

Ora se lo stress non è molto intenso, ma una goccia che scava la roccia,  questa risposta da fisiologica e temporanea, diventa cronica.
In uno stato di chiusura, associato a paura o a sensazione di difesa permanete dal mondo esterno, è facile che mi muscoli rimango contratti e si assumano schemi muscolari difensivi - quello che Feldenkrais chiamava schema corporeo dell’ansia, cioè una più o meno marcata flessione in avanti. I flessori, infatti sono i muscoli, che ci permetto di assumere la posizione fetale, quella di massima chiusura e massima difesa. In alcune persone possono essere perennemente attivati.
In più, in questo orizzonte emotivo, ci sarebbe associato basso ossigeno e basso metabolismo, diminuisce quindi la voglia dimuvoersi, dando magari a quei muscoli la chance di cambiare schema…
Quando cominciamo a “non sentire” per difesa, cominciamo anche a non sentire il nostro ambiente interno, e quindi a non sentire quando proviamo dolore ma anche dove siamo nello spazio.
Ci può essere una tendenza a inciampare, cadere, subire infortuni domestici per sbadataggine, e naturalmente a non sentire se sta arrivando il mal di schiena o il torcicollo.
Facciamo fatica a concentrarci, troviamo faticoso coltivare e nutrire amicizie e relazioni sociali.

Come e cosa fare.

Se siete consapevoli di essere vittima di stress cronico, o di aver subito traumi o incidenti, cercate di risolvere il trauma pre-esistente con una strategia basata sulla fisiologia del corpo e sulle emozioni.

Riappropriatevi della connessione con il vostro corpo e la vostra fisicità, attraverso un modo che non sia forzato, estremo (bungee jumping e nuotare con caimani affamati non vale), ma coinvolga la consapevolezza, l’attenzione e la gentilezza verso voi stessi e il piacere.

Coltivate le relazioni sociali.


Alcune ragioni per cui il dolore non se ne va:
Innanzitutto, dietro il mal di schiena ci sono più di 800 cause note e ancora di più rimedi, alcuni validi altri no.
Ho trattato più nei dettagli questa questione nella mia dispensa gratuita, se ti interessa leggerla, puoi scaricarla compilando il modulo qui a lato.

Ricapitolando: almeno 800 cause!!!
Quindi già in partenza inquadrare la diagnosi può essere un percorso difficile, lungo e costoso, spesso ci si stanca prima.

Ma quando il mal di schiena non sembra avere cause note, chiare e specifiche, (avere un paio di protrusioni e un pochino di scoliosi non vale, ce li abbiamo tutti) e il dolore non se ne va, si apre un tunnel di pessimismo e disperazione.

Il dolore comincia a infiltrarsi subdolamente nella vita quotidiana, influisce sulle nostre abitudini, limita la nostra socialità, il nostro rendimento sul lavoro, diminuisce la nostra vitalità e gioia di vivere. Il dolore diventa un’abitudine e non ci ricordiamo più com’era la vita senza.

Il mal di schiena spesso, di per sé,  non è una cosa grave, ma nonostante questo spesso non passa.  Nonostante tutto l’impegno, la buona volontà e i soldi spesi.
Abbiamo fatto i bravi: visita dal medico di famiglia, che ci ha mandato dallo specialista, che ci ha prescritto degli  esami, ritorno dallo specialista, terapia consigliata che prevedeva un misto di fisioterapia, farmaci, macchine - tipo tecar per capirci. La proporzione della ricetta può variare.  (forse non l’hai seguita proprio alla lettera, forse sì)
Magari hai anche avuto dei miglioramenti ma lievi rispetti al problema. Oppure non li hai avuti affatto.

Se li hai avuti, ottimo! Dico, davvero, ottimo!!!  Probabilmente  questo articolo non fa per te.

Attenzione!!!!

Non mi piace fare allarmismi ma nemmeno portare le persone a sottovalutare i propri sintomi.

 E'  bene sapere che un mal di schiena resistente non è solamente indice di cattive abitudini o stress tossico.
Un dolore persistente può essere indicare un'origine infiammatoria o tumorale (raro), condizioni che meritano attenzioni mediche tempestive, come spondiloartriti o poliartriti assiali.
Un bravo medico di famiglia, nel corso del colloquio, ascoltando la tua descrizione del dolore dovrebbe essere in grado di inviarti dallo specialista giusto per comprendere il problema.
Un dolore che si accentua di notte, è più intenso al mattino, non passa, anzi si aggrava con il riposo, merita una visita al tuo medico di famiglia.
Queste condizioni riguardano, comunque, una percentuale molto piccola di popolazione.

In questi casi, ​ è molto importante fare movimento delicato, ​lent​o e non aggressiv​o in tutte le articolazioni del corpo.

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