La mia storia | Metodo Feldenkrais | Caterina Marzoli

L'inizio, inizio.....

Sono nata in una famiglia di sportivi e lettori, e per tutta la mia vita sono passata da uno sport all'altro e da una disciplina all'altra.
A 4 anni ero già sugli sci, poi in piscina, sul campo di atletica, pallavolo, tennis, in montagna, sul tatami, insomma di tutto. Poi la necessità di aprirsi al sentire, le discipline orientali, lo yoga in vari stili, il tai-chi, l'aikido e lo Zen. Addirittura per un periodo la scuola di circo.
Tutto mi piace ma niente dura mai più di qualche anno. Il lavoro mi porta nel teatro e nella danza ma sempre dietro le quinte, da dove osservo centinaia e centinaia di prove di attori, danzatori, musicisti, cantanti; il movimento diventa arte e mi affascina il corpo in azione. Passo anche velocemente per la danza, il pilates e le tecniche posturali, finché inizio a pensare che forse dovrei essere io a condurre delle lezioni di movimento. Ma come e soprattutto cosa?

La svolta

Un'amica mi dice di aver trovato il modo di fare movimento migliore del mondo, una cosa tranquilla e lenta ma potentissima e interessantissima dal nome complicatissimo:

il metodo Feldenkrais

Ma si tratta di passare da movimenti ampi e decisi, i miei preferiti, quelli a cui ambivo a movimenti lenti e delicati. Già passata per yoga e taichi, declino l'invito ma la mia amica insiste per mesi.
L'idea che forse mi stavo perdendo qualcosa mi assillava, quindi provo!






La prima scioccante volta


Mi sono trovata in una sala con persone vestite con abiti normali, l'insegnante, vestita anche lei in abiti normali, seduta su uno sgabello, ci dava delle indicazioni e ci ripeteva continuamente di non sforzare.

Non sforzare cosa?

I movimenti sembravano senza senso, semplici e insulsi, eppure avevo difficoltà a seguire le istruzioni. Spesso ci diceva di fermarci per una pausa,

ma pausa da cosa? Non solo non avevo sudato una goccia di sudore ma non ero nemmeno riscaldata.


Completamente confusa e disorientata, desideravo semplicemente che qualcuno mi facesse vedere cosa dovevo fare. Le persone intorno a me, non avevano proprio l'aria di essere degli atleti, eppure non sembravano avere tutte queste difficoltà.



Alla fine, l'insegnante ci chiese di distenderci sul pavimento e osservare i cambiamenti rispetto all'inizio. Ed io ero semplicemente sollevata che la lezione fosse finita.


Ma solo nel mettermi seduta e fare finalmente il mio solito stretching - che bramavo da un po' - mi accorsi che le mie anche ruotavano magicamente e senza sforzo, come non era mai successo dopo mesi e mesi di stretching al corso di danza.


Tornai a casa ancora più confusa.

Tutto quello che mi era stato detto fin da bambina che "senza sforzi non ci sono i risultati"e che "lo sport è duro lavoro e sofferenza", era in frantumi.


Un'ora di movimenti lenti e facili mi aveva avvicinato al mio segreto desiderio di fare una spaccata, molto di più di anni di lento e doloroso stretching. E se ho provato la soddisfazione di sedermi nella posizione del loto e di fare finalmente la verticale, lo devo al Feldenkrais e non agli estenuanti e fallimentari tentativi fatti a lezione di yoga.





La settimana seguente mi iscrissi per tre mesi di corso e subito dopo al corso di formazione quadriennale per insegnanti del Metodo Feldenkrais.

La doppia sfida


Avevo capito che al corso di Feldenkrais non avremmo studiato materie come anatomia e patologia, ma io lo ritenevo importante,  tento l'esame di ammissione alla laurea di Fisioterapia.

Mi rovino un'estate con uno studio matto e disperatissimo e con totale sorpresa per me, vengo ammessa!

Inizia un periodo di studio e impegno totale e collezionando 30 e lode dopo 30 e lode, mi butto dietro le spalle la frase che mi accompagnava come un mantra dalle elementari: intelligente ma non si applica.



Mi laureo con 110 e lode con una tesi sul Metodo Feldenkrais e la lombalgia cronica aspecifica. Ma se la laurea in Fisioterapia era andato spedita e con relativa facilità, non lo stesso si poteva dire con il Feldenkrais.


Il percorso è una continua scoperta del piacere del movimento, del proprio allineamento spontaneo, di una postura finalmente comoda, ma richiede dei profondi cambiamenti nel proprio modo di pensare, niente giusto e sbagliato.

1

Niente giudizi

2

Niente regole

3

Niente protocolli


La crisi...

E' il modo di pensare opposto di quanto ci hanno sempre insegnato e che andava per la maggiore al corso di fisioterapia e farlo diventare proprio non è affatto facile.
Alla pura felicità degli inizi, via via che si avvicina il diploma, si sommavano dubbi, paure e insoddisfazioni.
Praticare il Feldenkrais è bellissimo ma comprenderlo e trasmetterlo è tutta un'altra storia, si intuisce una raffinata complessità che sfugge. E' quello che Feldenkrais stesso chiamava...


l'ovvio elusivo

Tutti gli insegnanti dicono che è normale e che ci vuole tempo ma io mordo freno e non mi accontento delle frasi d'ordinanza.



Esco dai miei dubbi nel periodo di tirocinio, quando comincio ad organizzare i miei primi seminari. Dopo il primo in assoluto, una mia allieva cantante, Diletta, mi scrive una lunga mail, molti meno mal di testa e molta più facilità nel cantare i brani difficili, con sole tre ore di lavoro di gruppo e per di più concentrati sulla schiena e non sulla voce. Al seminario successivo, una signora un po' agèe, mi dice che si sente ringiovanita di vent'anni e non usa più gli occhiali per leggere.
Rimango basita ed incredula. Due coincidenze?
Troppo timida per chiedere ai miei allievi come si sentivano, non avevo mai avuto la percezione di che effetti potesse fare il mio lavoro.
Ma comincio a uscire dal guscio, ad indagare come si sentono i miei pazienti/clienti/studenti e a guadagnare sicurezza.



Finalmente mi rendo conto di avere a disposizione uno strumento potente ed efficace in breve tempo,  dovevo solo continuare a studiare e metterlo in pratica.

L'ovvio elusivo è un libro di Moshe Feldenkrais, uscito in Italia con il titolo: Le basi del metodo. Ed. Astrolabio

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